«Però Times fa cagare come font»: così l’elegante Ophelia mi sprona a pronunciarmi su questioni tipografiche, come volevo fare da tempo. Meditavo infatti: chi tra noi non ha avuto l’ardire di stampare qualche scartoffia, foss’anche una qualsivoglia tesina? Invariabilmente le parole avranno preso la forma del Times New Roman, questo carattere ubiquo che qualunque utente di pc impara a (ri)conoscere dal primo istante che l’usa. Però quant’è anonimo, nevvero?

La bruttezza del Times, credo, sta non solo nella sua estrema pervasività (colpa dell’onnipresente Word), ma anche nella sua lapalissiana sgraziataggine a un occhio avvezzo alla bellezza della forma (ri)cercata. Osserviamolo bene. L’abbiamo mai trovato impresso sui nostri libri preferiti, questo carattere che sembra tirato su per i capelli, o per le corna? Questo carattere verticale, rigido, freddo, ordinato, a suo modo razionale – non a caso in origine progettato per un giornale, e non per dei libri. Troppo moderno, ma frutto di quella modernità un po’ fascista che vedeva nel classico l’ispirazione, trascurandone la vera sostanza. Perché, benché non sia tutto, la forma è la faccia del contenuto – o, se si preferisce, la maschera. Insomma, il Times è robaccia buona ad uso burocratico, da schiaffare su circolari e diramazioni ufficiali, o da ufficiali.
Torniamo (a pensare) ai nostri libri preferiti. Come riscontra e ci ricorda Edmondo Berselli, benché con intento satirico (e anzi di sfottò a tratti):
«Andare a letto presto la sera consente di prendere dal ripiano del comodino il libro che avevate preparato con cura e destinato alle ore notturne, di fianco all’abat-jour che soffonde una luce blu: sarà stato certamente un libro dell’editore Einaudi, o sarà stato inevitabilmente un libro dell’edizione Adelphi. […] Perché lo si sa benissimo che questi sono editori seri, non cialtroni qualsiasi, e quindi pubblicano soltanto roba intensa, elegante, con un tono spiccato, un riscontrabile touch of class» (Edmondo Berselli, Venerati maestri, Mondadori 2006, p. 15).
Bene. Osserviamo adesso un pezzo di pagina di un Einaudi,

e poi di un Adelphi.

Le immagini non rendono la realtà, lo so: però sicuramente avrete anche voi sul comodino qualche bel libello filosofico (Nietzsche, o forse Schopenhauer) e un candido saggio o un romanzo raffinato (qualcosa di Sartre, o piuttosto di Don DeLillo o Philip Roth).
Osservateli più da vicino, dopo aver fatto scivolare le dita sulle ruvidità tenui e color pastello (o giallastre) delle sovraccoperte dei piccoli Adelphi,

o sulle smaglianti e oramai anch’esse satinate1 copertine degl’Einaudi.

No, non v’è del Times in essi. L’Einaudi scelse il perfetto e aggraziato Garamond2 dalle belle forme classiche; l’Adelphi si contrappose con l’oscuro, massonico e sincretico Baskerville3.
Ecco: questi sono due font che amo, e che vedrei aderire bene sulle mie parole più aforistiche
o su quelle più narrative.
Alzi la mano (e smetta di scrivere) chi, scoperte le alternative, continuerà a stordirci con l’inelegante Times.
Note:
- Dopo tanti anni di orripilanti copertine lucide, di matrice mondadoriana, o addirittura affatto prive di plastificatura, com’era solita (non) fare la casa editrice torinese.
- Pare comunque che sia lo stesso carattere usato dalla Mondadori, benché i suoi tipi siano più malcerti e le sue edizioni appaiano meno eleganti di quelle della casa editrice dello Struzzo.
- Può essere interessante leggere qualcosa sulla storia dei due tipografi – un tempo veri artisti del libro –, il cinquecentesco rinascimentale Claude Garamond, sommamente classicheggiante, e l’eccentrico e bistrattato incisore inglese John Baskerville, che lavorò oltre due secoli dopo il primo.


Questo post raffazzonato e furtivo è parzialmente debitore a Farsi un libro, libro di A. Bandinelli, G. Lussu e R. Iacobelli (rispettivamente un autore, un grafico e uno stampatore), nonché a questo post che me lo fece conoscere e follemente acquistare. È inoltre frutto di folli ricerche su internet, dove si possono trovare aggratis (ergo a scapito dei pretesi diritti d’autore: poveri Claude e John!) sia degli ottimi Garamond di varie fogge (ecco un altro sito di font in cui scovarli) così come diverse tipologie di Baskerville (credo che la variante adelphiana sia il “Light”; purtroppo nelle versioni scaricabili è privo dei caratteri accentati, ai quali tuttavia si può rimediare con tanta pazienza e l’aiuto di Font Creator). A chi volesse spaziare oltre consiglio invece di procurarsi Abode Font Folio, a mio avviso la migliore raccolta di font eleganti ed efficaci (comprendente, manco a dirlo, sia un Baskerville che vari tipi di Garamond).
Dimentichi il migliore di tutti: ‘Bodoni’. E l’ho pure usato (come sai, nello scritto su Darwin)!
Ti dirò, a me il Bodoni (quello degli indici delle edizioni Laterza) non fa impazzire. Tra l’altro a volte non rende bene il testo, specie se usato in corpo troppo piccolo…
Inoltre non avevo intenzione di proporre troppi caratteri, ma solo i miei preferiti. Ce ne sarebbero molti altri validi infatti, tra cui lo stupendo Caslon e i più modermi Century e Palatino. Ma i più riconoscibili e dunque belli (almeno ai miei occhi) restano sempre quei due…
Traid, ma dove l’hai preso Bodoni? Io ne ho scaricato uno che ha qualche difettuccio.
Cateno, prova qua.
A proposito, ecco un file pdf che fornisce delle comparazioni tra le rese di alcuni tipi di caratteri disponibili per chi volesse stampare da sé — e “pubblicare”, con tanto di ISBN! — dalla Lampi di Stampa.
E’ buono questo (Bodoni XT): http://www.dafont.com/bodoni-xt.font
Ma migliore questo (Bodoni FLF): http://moorstation.org/typoasis/designers/casady_greene/index.htm
Tra l’altro il primo che linki è davvero a malapena buono: non include i file separati per il corsivo e il grassetto, il che significa che i programmi di videoscrittura li otterranno digitalmente, cioè stiracchiando il font “regolare”, con effetti visivamente scadenti. (Il corsivo in particolare è infatti uno stile differente, non una semplice inclinazione diversa del carattere! Guardare la ‘a’ minuscola per capire…)
P.S. Mi fa piacere riscoprire anche voi in varie misure appassionati di caratteri. Dite che l’essere filosofo c’entri qualcosa?
C’entra sempre…
Il font comunque ha tutte le sue estensioni (corsivo etc.) separatamente scaricabili…
quote:
Bene. Osserviamo adesso un pezzo di pagina di un Einaudi
RISPOSTA:
Arancia meccanica (A Clockwork Orange, 1962) è un romanzo fantapolitico di Anthony Burgess. Riadattato per il grande schermo, fu il soggetto dell’omonimo film diretto da Stanley Kubrick nel 1971.
by Wikipedia
quote:
e poi di un Adelphi
RISPOSTA:
Massa e Potere di Elias Canetti (Ruse, 25 luglio 1905 – Zurigo, 14 agosto 1994) è stato uno scrittore bulgaro, premio Nobel per la letteratura nel 1981.
Nel saggio Massa e potere (1960), analizza a tutto tondo la sociologia delle masse. Fu un’opera di difficile gestazione, Canetti impiegò quarant’anni a scriverla e la definì come “l’opera di una vita”. Nella sostanza Massa e potere è un’opera antropologica e sociologica nel senso che Canetti attraverso lo studio degli elementi primi costitutivi della Massa arriva a mettere a nudo, ad insegnarci i principi che stanno alla base del potere. Nel monumentale saggio Canetti fece confluire materiale da diverse discipline (antropologia, sociologia, psicologia, mitologia, etologia, storia delle religioni)
by Wikipedia
Riassunto http://www.diplom.de/db_diplomarbeiten//diplomarbeiten4075.html
Tra l’altro, pubblicizzato da http://www.uaar.it/ateismo/opere/26.html (CHISSA’ PERCHE’…)
SEMPLICE COME BERE UN BICCHIER D’ACQUA!
I PREMI TI PO’ TENIRI
CIAO
Bravo a metà. Primo, perché con Google è troppo facile; secondo, perché quelle del secondo ritaglio sono sì parole di Canetti, ma tecnicamente stanno in un altro libello, di altro autore. Ritenta, sarai meno sfigato.
Anche tu innamorato di Caslon ehehehe, è fantastico davvero. Per la tesi ho momentaneamente riiegato su un Bookman Old Style, anche se credo che alla fine vincerà Palatino, come al solito
E comunque, TUTTO è meglio di Times New Roman.
Il Bookman, già. Non male, ma meno elegante dei miei preferiti.
P.S.
Quoto, riquoto e straquoto!
La follia che viene dalle Ninfe
di Roberto Calasso
Pubblicato da Adelphi, 2005
Note di Copertina
Prima ancora di venerare la ragione, i Greci si inchinavano davanti alla possessione, fenomeno di «divina follia» che assume varie forme e da cui discendono il pensiero stesso, la poesia, la divinazione. Ma, se si indaga la storia segreta di questa parola – svilita e diffamata dai Moderni -, si scopre che alla sua origine vi è una figura: la Ninfa, provocatrice della possessione primigenia, la possessione erotica, che colpisce non solo gli uomini ma gli dèi. Il saggio che dà il titolo a questo libro è un tentativo di ricostruzione del significato di questi esseri delicatissimi e oscuri, fascinosi e terribili, dall’inno omerico ad Apollo fino ad Aby Warburg. Attorno a questo perno si dispongono gfli altri testi, che toccano temi disparati come Lolita di Nabokov (storia moderna di possessione), La finestra sul cortile di Hitchcock (che si dimostra leggibile attraverso categorie vedantiche), il guanto di Gilda, un’apparizione di John Cage, Chatwin fotografo, due episodi della vita di Kafka, la bibliografia come forma (dove l’esempio è offerto da Massa e potere di Canetti) e l’editoria come genere letterario (partendo da Aldo Manuzio, grande editore rinascimentale, per arrivare a Kurt Wolff, che fu l’editore di Kafka).
«La conoscenza attraverso la possessione, la scoperta in cui convergono Dioniso e Apollo, non è qualcosa che si può aggiungere a un assetto già delineato del pensiero quale appendice, fenomeno marginale o eccentrica variazione. Se la si accetta, essa scardina dall’interno ogni ordine preesistente, così come Dioniso scosse i muri dell’incredula Tebe».
FONTE
http://www.liberonweb.com/asp/libro.asp?ISBN=8845919854
COLPITO E AFFONDATO!
Inventane un’altra, sarai meno sfigato.
Bene, molto bene. Immagino che l’avrai letto, dunque. Come, dici di no? Beh, avresti potuto impiegare i venti minuti sprecati a cercarlo su Google per leggere qualche altro libro…
quote:
Come, dici di no?
Non l’ho mai detto.
Trattasi di allucinazioni uditive? Fossi in te, ci rifletterei seriamente…
Ci siamo mai sentiti?
Per i mieri scritti preferisco Book Antiqua come font. Ma la forma è indissolubilmente legata all’essenza e viceversa. Non sempre è l’abito che fa il monaco. Preferisco vedere oltre l’apparenza, che comunque resta importante e necessaria come la sostanza.
La pagina dedicata al Book Antiqua mi reindirizza al Palatino — bel carattere, come ho già detto qualche commento sopra. E la sostanza è sempre unione indissolubile tra materia e forma, come voleva Aristotele.
Georgia rules.
Già, non è male, soprattutto su schermo. Giusto un po’ lezioso, e forse troppo modernuccio per i miei gusti, ma è indubbiamente il migliore tra i “Core fonts“…
Uhmm…io sono fedele al Palatino linotype, non solo per le sue “rotondità”, ma perchè mi si appoggia il font greco (i cui caratteri sono anch’essi dolcemente “procaci”…).
A questo punto mi chiedo: c’è qualcuno a cui piaccia il Times?
A parer mio è superato…(modesto parere).
Ma se è superato anche dal Garamond, carattere antecedente di alcuni secoli, vuol dire che nacque monco…
Salve, volevo solo fare due osservazioni:
1. la Einaudi ha fatto “creare” un font apposito per le sue edizioni
2. la Adelphi usa diversi font per le diverse collane
Io sono interessato al font della Collana “Il Ramo d’Oro” della Adelphi e, tra il modesto repertorio a mia disposizione, mi pare di identificarlo al Book Antiqua.
Cordialmente.
Gentile Nنn, effettivamente ho semplificato troppo. Il font usato dall’Einaudi è “Einaudi Garamond”, una versione (appositamente creata per l’Einaudi, nonché introvabile) del “Simoncini Garamond”. La Adelphi invece ultimamente usa perlopiù “ITC New Baskerville” della Adobe, ma effettivamente le vecchie edizioni hanno un altro tipo di font, in apparenza più approssimativo. Purtroppo non ho nessun libro della collana “Il Ramo d’Oro”…
Ho saputo che la font è un Baskerville rimappato e personalizzato per Adelphi.
Bene.
Quindi vale grossomodo la tesi che per approssimarsi all’Adelphi si deve usare il Baskerville, così come il Garamond per l’Einaudi…
Posso introdurmi nella discussione? Lavorando in un museo del carattere e della tipografia, avrei qualche ideuzza in materia. Il problema oggi dell’editoria è che non vi è il giusto contrasto tra nero del carattere e pagina. In pratica, è come se leggessimo tutti i testi in un grigio antracite.
Il Bodoni è impensabile nella sua versione digitale; altra cosa è vedere una pagina bodoniana risultante dall’impressione diretta del piombo nella carta cotone, con inchiostro nero tipografico. Purtroppo siamo su un altro pianeta. Forse, sarebbe ora che le case editrici si “attrezzassero” (hanno mai sentito parlare di identità visiva?) di un carattere proprio, progettato e studiato per la stampa offset in rotocalco, sulle cartacce che usano, proprio per dare al meglio la giusta “impressione”. Un caso recente mi pare sia l’editore Mattioli 1885, che ha pensato bene di farsi “rappresentare” da un carattere disegnato da Luciano Perondi per le sue edizioni… Lo so, sto parlando dal pianeta Utopia. Scusate.
Caro Sandro, lieto della tua testimonianza. Purtroppo io poco o niente ne so delle tecniche di stampa passate e odierne; avevo tuttavia notato che il Bodoni oggi pare illeggibile, mentre nei libri ottocenteschi faceva la sua gran bella figura.
Quanto all’identità visiva concordo appieno; non a caso le uniche due case editrici di cui apprezzo le stampe sono l’Adelphi e l’Einaudi – la prima abbastanza attenta alle scelte delle carte (per quel che ne capisco) e col caratteristico Baskerville; la seconda forse oggi un po’ decaduta ma con quel mitico “Einaudi Garamond”.
Tommy, grazie della chiosa. Nel mio caso, amando i libri, mi piacerebbe anche che fossero più curati. Concordo con te sulla migliore qualità di Adelphi ed Einaudi (io non riesco a leggere i tascabili!). Sarebbe bello che le case editrici maggiori proponessero ai loro lettori anche alcuni classici non solo in versione tascabile, ma magari in versione più “ricercata” – semplicemente con una carta di buona qualità, e magari con la stampa con caratteri in piombo, ancora possibile nel 2010 grazie alla composizione/fusione con la Monotype. Insomma, libri curati non per i collezionisti o bibliofili, ma per lettori che amano alcuni testi (per esempio, non avrei dubbi a prendermi un’edizione di Memorie di Adriano della Yourcenar, o Calvino, Queneau… ). Se capiti in Veneto, e vuoi conoscere un poco di più della stampa, puoi visitarci. Buona lettura!
Eh già, qualche buon libro in versione “ricercata” non sarebbe male. Ma chi avrebbe il coraggio di sfregiarlo, benché con lieve grafite di matita?

P.S. Se mi troverò da quelle parti, non mancherò.
M’intrometto per precisazioni e consigli.
(1) Il cosiddetto “Garamond Simoncini” (disegnato da Francesco Simoncini alla fine degli anni Cinquanta del Novecento), usato anche dall’Einaudi (ora, come nel passato), non è un “Garamond” bensì un(o) “Jannon”: non è un carattere di base rinascimentale ma barocca.
(2) La migliore versione stampata del “Garamond Simoncini” è quella ottenuta con la Linotype e con le matrici originali della fonderia Simoncini; tutte le riproduzioni digitali non rendono merito a questo carattere, anche perché incomplete: mancano delle legature fondamentali, oltreché dei numeri esponenti, dei numeri minuscoli [non la "versione Einaudi"], del maiuscoletto reale [non la "versione Einaudi"] e soprattutto mancano dei differenti corpi). Certo, la versione digitale più accettàbile, oggi, è quella usata dall’Einaudi, benché anch’essa molto difettosa. La versione dell’Adobe (chiamata “SimonciniGaramond”) è troppo… sottile e manchevolissima. Altre versioni digitali son assolutamente da evitare, specialmente se a pagamento.
(3) Se qualcuno volesse usar una versione digitale, molto accurata d’un Garamond (vero), consiglio la famiglia completa del Garamond Premier Pro dell’Adobe (a pagamento); ma anche questo font, purtroppo, ha almeno due difetti: (a) la presenza del corsivo di Granjon, che, secondo me, non regge il confronto col tondo di Garamond; (b) la mancanza, nel font, d’una soluzione al fatto che il tratto terminale superiore della “f” si sovrappone all’eventuale accento grave del glifo successivo (in italiano capita di scrivere “rifà”, “caffè”, &c).
(4) Una casa editrice che usa carta di qualità per i tascabili è sicuramente la Sellerio, non l’Adelphi né l’Einaudi.
(5) Qualche consiglio. Cercate qualche libro Einaudi degli anni Sessanta, stampato in 3D, e gustatevi il vero “Garamond Simoncini”. Non accontentatevi di quel che si trova in giro adesso: andate in qualche biblioteca fornita e sfogliate qualche incunàbolo o cinquecentina, non solo per i caratteri usati, ma per l’impaginazione, la carta, gl’inchiostri, l’impressione, &c. Non accontentatevi dei font gratuiti o allegati ai programmi di videoscrittura. Leggete Gli elementi dello stile tipografico di Robert Bringhurst (Farsi un libro, di Bandinelli-Lussu-Iacobelli è carino, ma abbastanza… inconsistente e impreciso, a volte, come nel caso del “Garamond”).
Caro Dino, grazie per tutte le precisazioni! Davvero interessanti e stimolanti. Cercherò di cogliere anche tutti i suggerimenti, a cominciare da quelli sui font per finire col libro di Bringhurst. Grazie ancora!
qualcuno di voi sa per caso come si chiama il font utilizzato dall’Einaudi per le copertine? (e non per il testo)
http://www.einaudi.it/layout/set/popup/content/view/popup/360/%28tipo%29/10/%28isbn%29/978880618009
grazie!
Dovrebbe essere un Conduit!
(È possibile scaricarlo qua).
Qualcuno di voi sa per caso come si chiama il font utilizzato dalla Feltrinelli nella collana Universale Economica? Se sì, mi potreste dare il link? Ringrazio chi mi risponderà.
P.S. Bel sito! Veramente.
Dipende: i più recenti sono composti in New Aster (che potrai scaricare nelle diverse varianti da qua), ma fino a poco tempo fa anche la Feltrinelli usava l’onnipresente Simoncini Garamond (cercalo su questo sito).
Grazie mille, Davide! Il New Aster è proprio quello che cercavo!
Lieto di averti aiutato!