Potrei parlarvi dei miei quattro mesi a Ragusa: è da un pezzo che vorrei farlo (quando ancora erano la metà). Si dà però il problema – cogliere il tempo. Non l’attimo né il momento giusto, o peggio l’“oretta libera” – ma proprio il tempo, per definizione sempre differente, sempre in movimento. Ogni moto del mio corpo nello spaziotempo mi fa assumere, nei confronti del luogo che occupo e che abito, un atteggiamento affatto diverso. Diciamo per tutti: dovessi parlare di questo posto di mattina, direi che detesto questa città immensamente, coi suoi quartieri non scevri di venditori ambulanti1 e vecchiette petulanti – tutta gente che evidentemente la mattina soffre d’insonnia. Il mezzogiorno la situazione non migliorerebbe: inveirei contro la cucina, quell’antro stretto e fumoso ove indulgere frettolosamente al desco. Il postprandiale, poi, è guastato da (de)menti ben poco geometriche: addio pennichella sul libello pomeridiano! Anche la parte più attiva – e meno cattiva – della giornata, ovvero quella attorno alla “mezzasera” (le ore 18), è dedita all’allieva, e al massimo alle cioccolate. La sera, poi, si è troppo fiacchi per imbandire una cenetta romantica, o almeno equilibrata – e si finisce con cipolle e patate.

La notte però – quella è sacra, e porta sempre consiglio2. La notte è tiepida e silenziosa: è la bambagia nella quale vorrei stare ritratto a tempo indeterminato. È il giaciglio nel quale cullarsi, e acculturarsi. È lo spazio per sentenziare e il tempo per percepire e recepire (più si affievoliscono gli stimoli più s’aguzzano i sensi, è noto). La notte è fatta di ore in cui mi dedico a ciò che anni di scuola – di insegnamento subito – m’hanno impedito: leggere quel che voglio. Certo, ci sarebbe da capire quanto possa io volere (siamo liberi? siamo determinati? metà e metà?); tuttavia lo studio è anche, ahimè, un’attività sociale (sì, finanche nel caso di colui che non scrive recensioni): si legge per sé almeno quanto si legge per gli altri, per la loro ammirazione o disprezzo – entrambi sentimenti che ci danno onore. Sappiate tuttavia che leggere Canetti, Cioran e Céline (alla faccia di Aristotele e Hegel3!) è cosa che desideravo da tempo – e i desideri non cambiano, a differenza delle persone.
Note:
- Cosa che non avrei mai sospettato. Ma non abito in un “quartiere residenziale”, e d’altronde tutta la Sicilia è paese…
- Anzi, come esortava giustamente Plutarco, νυκτί βουλήν δίδου – alla notte affida il consiglio.
- Come sostenne lo stesso Canetti, «Ciò che è concettuale m’interessa così poco che a cinquantaquattro anni non ho letto seriamente né Aristotele né Hegel. Non è soltanto che mi sono indifferenti: io diffido di loro». E io con lui, pur avendo la metà degli anni suoi di allora.
C’è da aggiungere che dopo i romanzi di Nabokov, di Bufalino, di Burgess e di Céline – autori che sapevano davvero scrivere – il confronto con Proust è d’obbligo. Il cofanetto è già prenotato (tanto più che è scontato).
Ma ti avevo detto di non prendere l’edizione curata da Raboni, bensì quella di diversi traduttori! Ormai è fatta… ci farai sapere. Buonanotte, caro.
Per quale motivo?
Che io sappia l’edizione Mondadori è posteriore e più “critica”. A mio modo di vedere, poi, il traduttore unico non può che essere un vantaggio…
Ho visto il blog dell’allieva… Ma li fanno con lo stampo?
Comunque, sai come la penso su Hegel; secondo me Canetti era troppo vecchio quando scrisse quella frase; e se non si occupò dei concetti, forse è stato perché non fu mai giovane. Hegel m’ha insegnato che “la vita greca è un vero e proprio atto di giovinezza. Achille, il giovane poetico, l’ha inaugurata, Alessandro Magno, il giovane reale, l’ha condotta a termine”.
E se mi obietti che la giovinezza è immaturità, ho già pronta la controbiezione, sempre citando Hegel.
Cateno, Cateno… Qualcuno più perito non potrebbe forse pensare lo stesso di noi?
Quanto alla giovinezza, è ovvio che ti obietto! (A questo punto attendo…)
P.S. Sappi però che citare Hegel non ha senso.
Carissimo, la mia unica motivazione è la seguente: le traduzioni che ho potuto gustare o sono a dir poco sublimi, superne. Quella di Raboni sarà ineccepibile e coerente; certo. E’ uno dei migliori critici letterari italiani, quindi del mondo (per me). Tuttavia applico il ragionamento: se ho sentito della magia in quelle traduzioni (penso soprattutto al primo -Ginzburg- e all’ultimo -Caproni- volume), perché cambiare? La traduzione di Raboni -è ovvio- non la conosco, bada. Il mio voleva essere solo un corollario al tuo aforisma, in fondo: quando leggiamo vorremmo leggere insieme ai nostri amici – ecco vorrei leggessi lo stesso Proust che ho letto io.
E poi l’edizione Einaudi è più bella.
Ah: preferisce i diversi traduttori anche Egli – tu sai chi – ho detto tutto.
Non temere, Tommy! Sei libero di volere qualsiasi cosa, sebbene nessuno sia libero di volere ciò che vuole.
@Triad: tutte argomentazioni tenere, le tue.
Sulla bellezza delle edizioni Einaudi, almeno quelle classiche (ché ora, in epoca Berlusconi — l’Einaudi è Mondadori, già! — cominciano ad apparire in libreria degli ET col fianchetto colorato anziché bianco! E fosse solo questo: no!), non ci piove. (Ne scriverò; l’ho già promesso.) Sulla traduzione Einaudi (o sarebbe meglio dire: traduzioni?) in sé non ho dubbi che sia altrettanto bella, avendo origine da un testo che immagino già splendido. La nostra aspirazione, infatti, dovrebbe essere quella di leggere Proust direttamente, in lingua originale — ma ahimè, non conosco il francese…
Tornando alle varie traduzioni: credevo vi fossero di mezzo motivi più fondamentali per sceglierne una piuttosto che un’altra (ma apprezzo la voglia di con-leggere…).
Da parte mia ritengo che un’opera come quella non può che essere tradotta da un unico uomo, che si assuma per intero il fardello. L’Einaudi fu la prima edizione italiana disponibile, se non erro; forse ch’Egli lesse Proust anche nella traduzione di Raboni, nonché nelle edizioni BUR e Newton & Compton (anche questa purtroppo a cura di molteplici traduttori)? (Magari la Sua è solo affezione verso la prima traduzione letta.) 
P.S. In realtà prenderò la Mondadori anche per la comoda divisione in volumi strapazzabili. L’Einaudi berlusconiana ha osato riproporre Proust in unico volume del quale ho letto un gran male (l’ho anche soppesato io stesso in libreria e confermo: non è maneggiabile affatto!). I BUR non li apprezzo troppo, con quel formato “mattoncino”; i Meridiani (la medesima traduzione Raboni) avrei timore a sottolinearli (e poi non è più reperibile il primo volume della “collezione”, quello a 12,90€); i Mammut, poi, non parliamone. (E sì che sarebbero state tutte soluzioni meno onerose!)
Beh, finisco qui con questo folle discorso tendente a giustificare un acquisto piuttosto che un altro.
@antonio: scommetto che spiegherai queste mie farneticazioni editoriali come una giustificazione a posteriori. (E fai bene.)
Hai colto nel segno (anche se mi dipsice che qualcuno mi dica che io faccia “bene” a far qualcosa… come può fare “bene” chi ha assunto spoglie mefistofeliche in giorni non ancora troppo lontani?).
Perché, Mefistofele non fa forse bene quel che fa?
L’edizione di un solo volume è una vergogna editoriale – punto.
Ti auguro – insomma (è quel che conta) – buona lettura di Proust!
Ti ringrazio. Ma prima dovrò finire Céline — il quale, come me, sostiene che «la vita diventa quasi tollerabile solo quando cade la notte» –, quindi attendere l’arrivo del cofanetto.
Ma non dimenticare questa saggia frase per abbandonarti al consolatorio pensiero di Celine: “L’uomo non se ne avvede: la sera si abbandona al sonno senza riflettere che la giornata non ha offerto vere gioie ma tutt’al più fatiche non intollerabili che hanno distolto dalla mancanza di significato dell’esistenza che si prova a vivere”.
Uhm. Però, a scanso di equivoci, questa saggia frase non è di Céline.
“Certo la giovinezza è di per sé una figura incompleta, immatura, e non c’è stortura più grande che volerla vedere come qualcosa di compiuto. Tuttavia, con questo paragone [il mondo greco come età giovanile], intendiamo solo quella giovinezza che non è ancora l’attività del lavoro, la fatica in vista di un obiettivo limitato all’intelletto, bensì la concreta freschezza della vita dello spirito: la giovinezza si affaccia nel presente sensibile ed esiste come spirito fattosi corpo, sensibilità fattasi spirito – in un’unità che si produce a partire dallo spirito.
La Grecia ci offre la serena visione della freschezza giovanile della vita spirituale” (G. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, Laterza, Roma-Bari 2003, pag. 189)
Beh, sì. Qualche spirito di troppo, ma nel complesso poeticamente godibile.
La questione dello spirito è complessa; tendenzialmente evito di usare questa parola (e con ciò tendo di rigettarne il concetto); dopo aver letto Stirner la mandai a cagare; piano piano invece la sto recuperando, anche se devo definirla concettualmente. Non saprei.
A me sembra nient’altro che una penosa astrazione per voler fuggire dal corpo. Ma la filosofia, si sa, sui concetti inesplicabili ci pasce.