È passato, ovvero relegato a scarse scariche elettriche neuronali, pure questo mese di novembre, come un purè ben digerito. È passato il mio primo mese da cittadino, olè1. È passato e (a)variato anche un pezzo di me, ma non disperate: ci sto facendo l’abitudine, e il vizio (di forma) diventa quasi sfizio. Mi sono riscoperto più chitarrista di quanto ricordassi (in questi giorni non penso quasi ad altro2), ma c’è ancora qualcosa che non va.
C’è chi mi dice che sono troppo pessimista. Ora, considerando che a mio modesto avviso il più pessimista della nostra generazione non può che essere lui (e dunque io tuttalpiù sarei mediocremente argenteo, cioè grigio e opaco se non lustrato e lucido), tenterò di discolparmi. No, il nostro difetto non è il pessimismo (il quale è un difetto in chi difetta): al più pecchiamo d’eccessivo verismo, come sempre.

Ridiamo, piangiamo (che è lo stesso), ma poco importa: il peggio è che non vogliamo rassegnarci all’idea che la vita nel mondo3 necessita degli altri – quantomeno di chi ci (estro)mette tragicamente nel mondo –, e dunque della relazione con essi, che non può non esplicarsi attraverso la finzione della maschera, sommo vezzo sociale. Il problema è che quella del filosofo è fessa: è stupida e spaccata – o forse solo stupita e spaccona –; e attraverso lo squarcio si coglie la verità del pensiero.
Concretamente: sono talmente misantropo – e dunque filosofo4 – che non riesco neanche a ingannare gli altri (pratica comune sulla quale si basa ogni agognato guadagno, anzitutto per generico nascondimento all’occhio estraneo dei propri eventuali (s)vantaggi cognitivi): sul mio viso apparirebbero immantinente espressioni di sdegno, di disgusto e financo di derisione per il malcapitato. Dato ciò, come potrei mai vendere o vendermi a non-filosofi5, cioè agli altri per eccellenza?
Note:
- Avrete già meditato a dovere sulle mie riflessioni immediate e su quelle più ragionate, giusto?
- Proprio adesso che non sono isolato per suonare a volontà! Poco da fare: si desidera sempre solo ciò che non si possiede.
- Anche la nostra, ebbene sì – purtroppo.
- Perché chi ama il sapere non può che odiare gli uomini – ovvero chi brama il pensiero detesta il corpo.
- Esistono altri mezzi per rallentare la propria crescente e inevitabile entropia?
Scorgo una via di salvezza: e se gli “altri” non si accorgessero della mia insofferenza nei loro confronti? In fondo, ritenerli empatici equivale a riconoscer loro un barlume di intelligenza (cosa che, dal mio ritorno in città, son sempre meno propenso ad accordargli).
Insomma non sei disposto a far uso nei confronti degli “altri” nemmeno di una versione blanda del famigerato “principio di carità”!
Sai che ti dico? Che per una volta hai ragione.
E’ il mio pensiero di una vita, quello che hai espresso tu. A questo punto, immagino che un matrimonio tra me e il più pessimista della nostra generazione sia impossibile. Quest’unione, da voi benedetta, sarebbe a dir poco “pessima”.
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Uhm. sembri un redivivo della scuola di francoforte.
Bedda matri, sta tutto in quella famigerata frase: “chi brama il pensiero detesta il corpo”. Sicuro? Bertrand Russell, per dire, detestava il corpo e gli uomini?
Tolleranza è diverso da compromesso. Se rimani te stesso, con un po’ di tolleranza e (auto)ironia in più, il ritorno in città non è più un compromesso triste ma necessario, un imborghesirsi.
E’ la differenza tra crescere e invecchiare. Non invecchiare Tommase’. Cresci!
@ferrigno: sia chiaro: non detesto il corpo, men che meno quello mio! È stupido porre ancora dualismi tra mente e corpo, o peggio tra spirito e materia: il mio corpo sono io, punto. Quella frase andava interpretata più prosaicamente e meno metafisicamente: mi accorgo infatti che il corpo — ovvero anche il nostro cervello — è un limite spesso invalicabile per i nostri studi e i nostri pensieri. Inoltre avere troppe interferenze dai corpi altrui riduce ulteriormente le proprie capacità mentali.
Sulla tolleranza poi: il problema è proprio dover avere a che fare con gente intollerabile. Ma questo probabilmente l’ha espresso meglio di me Ossidia nel suo ultimo post.
@Ophelia: mi spiace, non riesco nemmeno a provare carità, che è un principio tutto borghese — e prima ancora cristiano — per alleviare i propri sensi di colpa. A meno che non sia una carità rivolta alla colpa altrui dell’esser nati: in quel caso però essa è subbissata dal senso di disprezzo verso i genitori che li generarono.
Non vedo invece dove starebbe l’incompatibilità tra te e il più pessimista. Vi odiereste profondamente vicendevolmente? Quello è amor vero!
Ma dai! Definire Davidson uno da “principi cristiani” è un pochino troppo, non credi?
Era solo una battuta (‘che forse ti stai continentalizzando?!)
E, caro Tomasello, non temere..lo so a mie spese che l’amore nasce quasi sempre dall’odio!:-D
Davidson lui? Ma chi ne ha parlato?
Comunque mi sto isolando più che continentalizzando.
Condivido e sottoscrivo tutto, in ispecie la serena consapevolezza di colui che sa di non potersi vendere al mondo e il riferimento a quel tale che definisci il più pessimista della nostra generazione.
Vedi, in un certo senso sono ben lieto di non potermi vendere al mondo. Resta da capire però se ciò significhi non doversi mai prostituire o, al contrario, essere costretti al più becero meretricio solo per poter soddisfare i bisogni del corpo — e non parliamo di quelli della mente!