Charles Darwin (1809-1882) si decise a scrivere e pubblicare la sua opera fondamentale, The Origin of Species, soltanto nel 1859, ma le idee che rendeva finalmente pubbliche erano state elaborate nel corso degli anni precedenti – a cominciare dal suo viaggio giovanile sulla nave Beagle (1831-1836) con le conseguenti osservazioni sulle isole Galápagos – ed erano ormai ben note ad alcuni amici, che lo esortarono a divulgarle.
Il necessario punto di partenza per Darwin è costituito dalla struggle for life, « la lotta per l’esistenza tra tutti i viventi ed in tutto il mondo, che scaturisce necessariamente dalla loro elevata capacità di moltiplicarsi in ragione geometrica » (Darwin 1859, p. 43). Questa intuizione potrebbe – dovrebbe! – derivare da un semplice atteggiamento naturalistico, da un’attitudine all’osservazione libera da pregiudizi degli eventi della natura, cosa che di certo a Darwin non mancava; eppure egli dichiara di essersi ispirato anche alle leggi economiche malthusiane per elaborare questa sua idea1.
Il merito di Darwin sta tuttavia non solo nell’aver elaborato un modello “matematico”2 del concetto di lotta per l’esistenza (che scaturirebbe naturalmente e spontaneamente per il semplice fenomeno della sovrappopolazione, ovvero della riproduzione in ragione geometrica), ma anche nell’aver avuto la prudente spregiudicatezza di teorizzare il sorgere di varietà tanto allo stato domestico (cosa già nota agli allevatori, che “creano” intenzionalmente nuove razze: vedi cap. 1 dell’Origin) quanto allo stato naturale (col presentarsi spontaneo di variazioni: ivi, cap. 2).

È notevole come Darwin, da buon naturalista, presenti la lotta per l’esistenza come un’ineluttabilità, come un inevitabile evento naturale, senza alcuna connotazione morale o metafisica:
« Siccome nascono più individui di quanti ne possano sopravvivere, in ogni caso vi deve essere una lotta per l’esistenza, sia tra gli individui della stessa specie sia tra quelli di specie differenti » (Darwin 1859, p. 88).
Quel che interessa a Darwin, infatti, è che la lotta per l’esistenza favorisce l’evoluzione, a causa della variabilità della discendenza e della conseguente accumulazione e preservazione dei vantaggi che venissero eventualmente a presentarsi. Rileggiamo il passo in cui egli sintetizza questi concetti:
« Gli individui di ciascuna specie, che nascono, sono molto più numerosi di quanti ne possano sopravvivere e quindi la lotta per l’esistenza si ripete di frequente. Ne consegue che qualsiasi vivente, che sia variato sia pur di poco, ma in un senso a lui favorevole nell’ambito delle condizioni di vita, che a loro volta sono complesse e alquanto variabili, avrà maggiori possibilità di sopravvivere e, quindi, sarà selezionato naturalmente. In virtù del possente principio dell’ereditarietà, ciascuna varietà, selezionata in via naturale, tenderà a perpetuare la sua nuova forma modificata » (Darwin 1859, p. 43).
È questo il primo luogo dell’opera in cui viene menzionato il meccanismo della “selezione naturale” (sottolineato in corsivo dallo stesso Darwin), a cui viene dedicato il quarto capitolo dell’Origin. Vedremo nel prossimo post di cosa si tratta.
Riferimenti bibliografici:
DARWIN, C. (1859, 1872), L’origine delle specie, Newton Compton, Roma 2000.
Note:
- Darwin si spinse addirittura ad affermare che la sua concezione della lotta per la vita non era altro che « la dottrina di Malthus applicata all’intero regno animale e vegetale » (Darwin 1859, p. 43)!
- Darwin trasse la sua inferenza a partire da una visione meramente quantitativa delle risorse in ballo nell’evoluzione – le popolazioni formate da molteplicità di organismi. Tuttavia egli non si produsse mai direttamente in calcoli matematici, e anche quando provò a farlo sbagliò…
Quel che mi preme maggiormente fare cogliere, in questo post/stralcio-di-tesi, è l’inevitabilità della lotta per la vita e la sua totale assenza di connotazioni morali nell’ottica darwiniana. Non sarà così con i cosiddetti “evoluzionisti sociali”, che applicheranno la concezione della sopravvivenza del più adatto (o forse solo del “migliore”) anche ai membri della società…
Quel che ho tralasciato – giusto per non appesantire il post – è il fatto che il concetto di “lotta per l’esistenza” non era del tutto nuovo per l’epoca, anzi: se filosoficamente era ben chiaro già ad Hobbes col suo homo homini lupus, in campo biologico era stato teorizzato in qualche modo, tra gli altri, da Lamarck, Linneo, Spencer, Wallace…
Post interessante. Il Prof. Raciti ha chiuso il corso dicendo proprio che quella di “lotta per l’esistenza” è una nozione che inserisce gratuitamente la specie uomo nell’alveo bellico, lo destina ma senza fondamento empirico alla guerra perenne come suo stato naturale. E’ possibile invece – vedi la lettura fatta di Louis Bolk – concepire in modo diverso la natura umana, pur partendo dalla sua morfogenesi.
A presto,
Davide
Richard Dawkins, The Selfish Gene, Oxford, Oxford University Press, 1976; trad. it. Il gene egoista, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1992, p. 3 (sottolineature mie).
(sottolineature mie)
Sottolineature invisibili. Abilita l’underline nei commenti, please.
@Triad: mi piacerebbe capire cosa significa “senza fondamento empirico” (affermazione che mi mette un po’ in imbarazzo visto che, come ogni teoria scientifica, l’evoluzionismo è unione del momento empirico e della speculazione razionale…). Se poi mi accennassi qualcosa sulla lettura di Louis Bolk — in attesa che lo legga — te ne sarei tre volte grato.
@Sim Dawdler: ma davvero non sono permesse le sottolineature? Nemmeno l’underline? [ Pare proprio di no. Come caspita si attivano? Non potresti usare dei semplici corsivi, come tutte le persone civili?
]
Vabbuò, riposta la citazione dawkinsiana coi corsivi (hai mai letto su un libro “il sottolineato è mio”? No, appunto!). Poi la commenteremo. (Adoro quel folle e geniale libro…)
P.S.: se proprio vuoi l’underline, aiutami ad abilitarlo non usando plugin e senza permettere tag html indiscriminatamente.
A parte il fatto che io sono orgogliosamente incivile (qui una mia foto: sono il secondo da sinistra), trovo la scelta delle sottolineature dolcemente informale, specie su internet e in determinati contesti (forum o blog). È vero, non capita mai di leggere “il sottolineato è mio” tra le note di un libro, però quando si affronta la lettura di un testo è prassi comune sottolineare alcune frasi a matita (essendo materialmente impossibile – a meno che non si possegga un Kindle – trasmutàre magicamente le lettere che si hanno di fronte). Nelle care vecchie macchine per scrivere, inoltre, non esistevano né il corsivo né il grassetto, e per evidenziare un brano lo si sottolineava; ciò rende la pratica della sottolineatura ancora più fascinosa e romantica.
Detto questo, ti accontento subito (inutile dire che io mi trovo pienamente d’accordo con Dawkins):
Richard Dawkins, The Selfish Gene, Oxford, Oxford University Press, 1976; trad. it. Il gene egoista, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1992, p. 3 (corsivo mio).
(Che hai contro i plugin?)
Convincentissimo, sul caro vecchio sottolineato. Quando il Mostro di Spaghetti Volante vorrà, installerò il plugin. Temo invece che qualsiasi discussione sull’evoluzione sarà vana, ma ci proveremo ugualmente.
N.B.: mi riservo per il post-laurea gli approfondimenti sull’universalità esplicativa del paradigma darwiniano, cosa che per Dennett è un dogma, per Dawkins un po’ meno e per me meno ancora, ma con riserva.
Per una risposta dovuta, ti chiedo di attendere un po’ di tempo, quando ne parlerò ampiamente nel mio sito.
A presto!
Bene: l’attendo con impazienza!
Scusa L’OT
Tommy sito interessante !
Ottime creazioni
Ti va di lanciarti in una nuova avventura ?
La mia mail adesso ce l’hai!
Mi permetto di aggiungere che Raciti criticava Darwin anche per avere esteso il perenne stato di lotta anche a tutti gli altri animali, e non se l’è tenuto per sé, ossia per l’uomo.
Caro Cateno, veramente Darwin parte proprio dallo stato di lotta (a causa della sovrappopolazione e della limitatezza delle risorse, come abbiamo detto) esistente negli animali; semmai all’uomo lo estende esplicitamente soltanto dopo (anche se fece ciò solo per motivi di prudenza…).
Se il punto di partenza filosofico è però il tema della “cattiveria” umana, diremo tante cose affascinanti, ma dimenticheremo un dato di fatto: che l’uomo è l’unico animale — per quel che sappiamo — che può prendere coscienza dell’evoluzione e dunque, in qualche modo, sottrarvisi. Questa è forse l’unica differenza tra l’animale uomo e gli altri animali di fronte all’evoluzione.
Ora, non fraintendete: anch’io mi rifugio “metafisicamente” in uno sconfinato pessimismo antropologico, ma forse è soltanto un problema percettivo. Consiglio anche a voi, come ho fatto con Antonio, la lettura di “Diecimila atti di gentilezza” di Stephen J. Gould, in Otto piccoli porcellini, Bompiani, Milano 1995, pp. 313-322 (prima o poi ne parlerò e lo commenterò — se volete ve ne passo subito una copia! — ma devo ancora cercare altre fonti, documentarmi di più e riflettere meglio su questa problematica).