Atteggiamento intenzionale

È l’idea filosofica più nota di Dennett, oggetto dei suoi primi studi e chiave di volta della sua teoria della coscienza, nonché argomento di una poderosa raccolta di saggi e articoli. Lasciamone dunque dare una chiara e concisa definizione direttamente all’Autore:

« L’atteggiamento intenzionale è la strategia per interpretare il comportamento di un’entità (non importa se persona, animale o artefatto) trattandola come se fosse un agente razionale che orienta la propria “scelta” d’“azione” prendendo in “considerazione” le proprie “credenze” e i propri “desideri” » (Dennett 1996, pp. 38-39).

I termini tra virgolette, fondamentali per comprendere l’essenza dell’atteggiamento intenzionale, non intendono tanto l’impossibilità di credenze e desideri nell’uomo quanto piuttosto una certa illusorietà cognitiva della loro attribuzione non solo agli esseri viventi ma anche e soprattutto agli artefatti inanimati. La strategia fondamentale dell’atteggiamento intenzionale infatti è quella di trattare l’entità in questione (che, ricordiamolo, può essere tanto umana quanto non umana, sia naturale che artificiale) “come” un agente, in modo da prevedere – e quindi da spiegare, in un certo senso – le sue azioni o le sue mosse. Questo atteggiamento, che è precipuamente mentale, è noto anche come “psicologia popolare” o “psicologia del senso comune”, anche se talvolta, specie nel caso di artefatti, può portare ad atteggiamenti alquanto patetici e strampalati (come apostrofare il proprio personal computer per essersi “impallato”…). Dennett spiega l’irresistibilità di tale condotta ipotizzando che vi sia nell’uomo una predisposizione genetica ad adottare l’atteggiamento intenzionale, una sorta di « modulo con una “teoria della mente”, progettato per generare credenze del secondo ordine (credenze riguardo a credenze e altri stati mentali altrui) » (1995, p. 480).

Dennett
L’importanza dell’atteggiamento intenzionale nelle scienze della natura è duplice. Da un lato, infatti, permette di trarre inferenze assai rapide, evitando calcoli matematici complessi e spesso improponibili:

« Con l’atteggiamento intenzionale, o psicologico-popolare, è facile prevedere che, se tirerete un mattone a qualcuno, questi si chinerà; il problema è intrattabile, e sempre lo sarà, se dovete inseguire i fotoni dal mattone all’occhio, i neurotrasmettitori dal nervo ottico al nervo motorio e così via. Per una capacità computazionale così vasta, si può essere preparati a pagare un prezzo piuttosto esorbitante in termini di errori, ma di fatto l’atteggiamento intenzionale, usato nella maniera corretta, fornisce un sistema descrittivo che permette una previsione di estrema attendibilità non soltanto del comportamento umano intelligente, ma anche del “comportamento intelligente” del processo che è alla base del progetto degli organismi » (Dennett 1995, p. 300).

Secondo Dennett, dunque, l’atteggiamento intenzionale ci permette uno sfoltimento (per idealizzazione) dei dati sui quali operare: in tal modo ci si può limitare a trattare soltanto le entità considerate come agenti, prevedendone il comportamento senza troppo doversi preoccupare delle caratteristiche fisiche di basso livello (molecolare o cellulare). Dall’altro lato, l’atteggiamento intenzionale permette di adottare una sorta di “ingegneria inversa” (cfr. Dennett 1995, p. 267 sg.) grazie alla quale è possibile capire a cosa serva un artefatto, naturale o artificiale che sia, analizzandolo e cercando di intuirne lo scopo. Questa individuazione della funzione porta Dennett a ragionare biologicamente in termini di adattazionismo, come vedremo nei prossimi interventi, e ad affermare che « l’atteggiamento intenzionale è pertanto la leva cruciale in ogni tentativo di ricostruire il passato biologico » (1995, p. 294).

Riferimenti bibliografici:
DENNETT, D.C. (1995), L’idea pericolosa di Darwin, Bollati Boringhieri, Torino 1997.
DENNETT, D.C. (1996), La mente e le menti, BUR, Milano 2000.

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12 risposte a Atteggiamento intenzionale

  1. Eccoci al secondo appuntamento con la mia tesi. Entriamo nel vivo del pensiero di Dennett con la sua intuizione più celebre e controversa, quella che, per dirne una, gli è fruttata la nomea di essere uno che ritiene che i termostati pensino.
    È interessante notare come l’utilità dell’atteggiamento intenzionale sia quella di… farci fare a meno della scienza! In realtà non è così semplice: si deve sottolineare che si tratta, appunto, di un atteggiamento umano, presente naturalmente più o meno in tutti noi, probabilmente innato (guarda caso Dennett qui parla di un “modulo” cerebrale: era un linguaggio molto in voga prima del boom delle neuroscienze…).
    Con l’atteggiamento intenzionale si ipotizza di avere a che fare con altri esseri razionali le cui credenze e i cui desideri guidano il loro comportamento rendendolo ampiamente prevedibile. In una nota sulla tesi (che qui ho omesso per ragioni di spazio) tracciavo un parallelismo tra questa attribuzione di credenza alle altre menti e l’ormai fondamentale scoperta dei neuroni specchio, i quali permettono l’immedesimazione negli altri e la compartecipazione empatica.
    Per approfondimenti on-line sull’atteggiamento intenzionale vi rimando a un articolo di Domenico Turco e alla pagina di Wikipedia (in inglese).

  2. Oblomov scrive:

    Se ho ben capito, l’atteggiamento intenzionale è la tendenza dell’inviduo (che ‘ritiene’ se stesso capace di elaborare i proprî contenuti mentali) ad attribuire questa stessa capacità a ciò che gli è esterno (esseri animati o oggetti inanimati che siano); un po’ come succede nelle religioni animiste. L’idea di Dennett sarebbe allora di applicare questo approccio in maniera metodica (e non soltando quando la macchina ci fa il dispetto di non partire o il semaforo ci vuole fare arrivare tardi al lavoro).

    Io non direi che questo ci porterebbe a “fare a meno della scienza”; d’altronde, l’idea di non andare a guardare riduzionisticamente a tutte le interazioni delle componenti essenziali della materia è tutt’altro che estranea alla scienza “della natura”.

    Prendiamo ad esempio la fluidodinamica; quando si studiano i gas, si possono assumere due prospettive: una microscopica, in cui il gas viene concepito come un insieme di palline da ping-pong (corpi con caratteristiche fisiche fissate) che rimbalzano qui e lì all’interno del contenitore, ed una macroscopica che invece considera la massa di gas come un corpo unico con caratteristiche fisiche che possono anche mutare nel tempo. Il modello macroscopico descrive piuttosto bene il comportamento della massa di gas senza dover andare a vedere cosa fa ciascuna delle palline che lo compongono. In alcuni casi però la descrizione macroscopica è inadeguata, ed in tal caso il modello microscopico può essere preferibile. I due modelli non sono totalmente indipendenti: vi sono alcune leggi statistiche che legano le proprietà delle particelle alle carattistiche macroscopiche del gas. E questo, ovviamente, è solo un esempio. La scienza è piena di modelli macroscopici che non guardano al microscopico.

    La novità introdotta da Dennett consisterebbe piuttosto nell’usare come base del modello ‘macroscopico’ l’idea (molto immaginativa) che gli enti trattati siano dotati di ‘raziocinio’, abbiano una mente capace di ospitare dei contenuti e di elaborarli per decidere come agire.

    Non nego che sarei molto curioso di vedere una fisica costruita a partire da questi presupposti, e vedere a che tipo di risultati porterebbe, ma sinceramente sono molto scettico sulle sue potenzialità; questo tipo di approccio lo vedo meglio per le ‘scienze’ umane, ed in particolar modo per studiare la sociologia e la psicologia delle masse, considerando la massa non come insieme di persone ma come entità pensante autonoma; tuttavia, ho il sospetto che in quel campo l’idea di Dennet non sia poi tanto originale (ma non essendo del campo non ne ho la minima idea).

    Ciò che veramente mi rende perplesso, ma che immagino verrà chiarito dai tuoi futuri articoli, è in che modo si possa andare a prevedere il comportamento di un ente partendo solo dalla sua intenzionalità. Dovrebbe quanto minimo essere necessario sapere (1) su quali basi l’ente costruisca i propri ‘ragionamenti’ (2) come sono effettivamente costruiti questi ragionamenti (e.g.: seguono la logica formale? quella aristotelica? sono più sul paralogistico?) (3) quali dati sono effettivamente disponibili all’ente per costruire i propri ‘ragionamenti’. Ma tutto questo mi sembra molto scientifico: si costruisce un modello del ‘modo di pensare’ dell’ente, e se ne deduce come si comporta.

    E sì, questo ha risvolti molto interessanti per quel che riguarda il libero arbitrio. Anche non arrivando al determinismo, si cammina pericolosamente vicini al probabilismo (un po’ come la meccanica quantistica contro quella classica, per dire); in ogni caso si toglie tanto l’arbitrarietà quanto la libertà. Ma di questo, se non ricordo male, ne vorrai parlare tu stesso a suo tempo.

  3. alex scrive:

    si conosce l’intenzione di altri agenti perché si ha esperienza di azioni passate dello stesso tipo di agenti? o anche con agenti mai conosciuti si può capire l’intenzione? per analogia, immagino.

  4. @Oblomov: effettivamente ho parlato dell’atteggiamento intenzionale senza però accennare agli altri “atteggiamenti” possibili per Dennett, quello fisico e quello progettuale. Premettiamo una cosa: tali atteggiamenti sono strategie predittive. Si adottano esclusivamente per prevedere come si comporterà un ente.

    L’atteggiamento fisico è quello in cui, idealmente, consideriamo tutti i singoli atomi nelle loro interazioni. Può comprendere a vari livelli di riduzione, da quello più microscopico a quello macroscopico (Dennett non va troppo sul sottile, in questo caso: del resto il demone di Laplace che tutto vede e prevede è ancora impossibile, dal punto di vista pratico). Ovviamente si tratta di una strategia predittiva complessa, applicabile a qualsiasi ente, precisa ma lenta (richiede infiniti calcoli, spesso impossibili quantomeno per mancanza di tempo).
    A livello più alto, e intermedio tra il fisico e l’intenzionale, sta l’atteggiamento progettuale. Si applica agli enti progettati dall’uomo… o da “Madre Natura” (quindi agli esseri biologici). Ci permette di trascurare molecole o cellule per concentrarci sulle strutture, su configurazioni più grandi. Ovviamente è applicabile solo se si ha qualche cognizione del progetto che sta dietro all’ente in questione.

    Dennett ci propone di pensare ad un artefatto (tecnologico o biologico, poco conta). Il primo livello di analisi, quello fisico, è quello proprio dell’ingegneria – di chi lo ha progettato –; il secondo, progettuale, ha a che fare con l’ingegneria inversa – decifrarne la funzione –; infine con l’atteggiamento intenzionale si cerca di « capire che cosa avevano in mente i progettisti » (Dennett 1995, p. 290). Un presupposto che difficilmente tralasceremmo è quello dell’ottimalità. Questo si ricollega direttamente al neodarwinismo spiccatamente adattamentista (spiegherò meglio prossimamente cosa significhi…) di Dennett: si suppone sempre che un ingegnere progetti nel miglior modo possibile (dico bene, Galfy?). Bene: per Dennett biologia vuol dire ingegneria (1995, cap. 8, pp. 234 sg.). In questo modo l’atteggiamento intenzionale diventa chiave di volta dell’evoluzionismo dennettiano.
    È palese che tornando in campo psicologistico (che del resto è quello in cui inizialmente venne teorizzato) l’atteggiamento intenzionale sembrerebbe non dirci granché. Eppure lo adottiamo quotidianamente, incessantemente: sarebbe bizzarro e impossibile tentare di prevedere il comportamento altrui tramite l’atteggiamento fisico o progettuale!

    Filosoficamente parlando è da sottolineare la posizione esternalista di Dennett sul mentale. Egli tende a non distinguere tra sistemi intenzionali che hanno “vere” credenze e sistemi che non ne sono dotati: a ben pensarci, cosa ci permetterebbe di distinguerli? (Solo oggi cominciamo a scrutare il cervello in azione. Ma anche questo non ci dice molto: mica analizzando i moti elettronici possiamo stabilire se un computer abbia reali stati mentali…) L’attribuzione di intenzionalità viene dall’esterno: in ciò Dennett sembra non poco comportamentista – pur criticando per primo gli eccessi del comportamentismo, dato che « noi siamo veramente molto più complicati dei piccioni » (1995, p. 599)… Partendo da tali premesse Dennett approda a una visione “oggettiva” – o pretesa tale – della coscienza: l’“eterofenomenologia”, ovvero una fenomenologia in terza persona (e dunque passibile di criteri scientifici di verificabilità e misurazione), sarebbe il modo corretto per svelare l’inconsistenza dell’hard problem dei qualia (le qualità soggettive della coscienza).

    So di non avere risposto direttamente a tutti i tuoi interrogativi; purtroppo mi manca lo studio di un testo fondamentale del pensiero di Dennett (sto ancora aspettando che venga (ri)pubblicato La coscienza spiegata per comprendere meglio la sua teoria sulla coscienza). Del resto la mia tesi è focalizzata sull’evoluzionismo in Dennett, quindi per il momento posso permettermi il lusso di non approfondire la questione mentale.

    @alex: penso di aver risposto indirettamente alla tua domanda quando sopra pongo l’esempio dell’analisi dell’artefatto: una combinazione dei tre atteggiamenti – unitamente a parecchia fantasia! – può permetterci di comprendere intenzioni (e dell’oggetto e del progettista) e azzardare previsioni, anche qualora tali intenzioni ci fossero oscure. Certo, avendo a che fare con altri esseri umani è più semplice (non a caso Dennett tirava in ballo il “modulo mentale” che ci permette di adottare l’atteggiamento intenzionale naturalmente…): il presupposto di razionalità negli altri uomini corrisponde, a ben vedere, alla credenza che essi agiscano sempre (più o meno) per massimizzare il proprio bene. Nei sistemi intenzionali in senso generico equivale a dire che tenderanno a funzionare nel miglior modo possibile. L’evoluzionismo è proprio questa tendenza al meglio: la sopravvivenza del più adatto

  5. No, macché Lamarck! Survival of the fittest è un’espressione di Spencer che venne poi adottata dallo stesso Darwin nella sesta e ultima edizione dell’Origine delle specie (1872).
    Lamarck teorizzava invece che le mutazioni acquisite in vita potessero essere ereditate (cosa che in realtà lo stesso Darwin non rigettò completamente, ma che oggi non viene accettata nel neodarwinismo).
    “Sopravvivenza del più adatto” è solo un modo fenomenologico di descrivere il risultato (o meglio la tendenza) della selezione naturale. Almeno così pensano gli adattazionisti (ci sono anche evoluzionisti che insistono meno sulla perfettibilità che sui limiti alla stessa).

  6. Galfy scrive:

    Che coincidenza (mica tanto però)! un algoritmo (il Particle Filter) che ho usato nella mia tesi di laurea, che si è occupata della navigazione e localizzazione di un robot mobile, si basa proprio sul ‘survival of the fittest’: un concetto che oggi trova spazio in varie applicazioni ingegneristiche e scientifiche.
    La definizione denettiana di ‘biologia vuol dire ingegneria’ è per me largamente condivisibile anche se vorrei che fosse più chiaro il concetto di ottimalità (sicuramente Tommy nei tuoi interventi successivi ci spiegherai meglio): nel caso dell’ingegneria l’ottimo significa, in sostanza, avere il migliore prodotto per quel dato costo e per quel dato tempo (di produzione) e probabilmente anche nell’ambito biologico questa definizione può essere ritenuta valida.

  7. Oblomov scrive:

    Eh, il problema del parlare di ottimalità o di “tendenza al meglio” è che cosa si intende per ottimale o di migliore. E a me sa tanto che in realtà lo si dichiara a posteriore.

  8. Vorrei chiarire una cosa: l’ottimalità è sempre relativa all’ambiente. Non è un assoluto dato a priori. In quanto tale può assumere molteplici forme: non esiste la via migliore in assoluto in ambienti complessi come gli scenari del nostro mondo. (Nel caso di ambienti più semplici però è probabile che sia più semplice individuare un optimum tra pochi…)
    Del resto la selezione naturale è un meccanismo che agisce a posteriori, eliminando le forme meno adatte all’ambiente. In quanto negativa lascia spazio a un certo ventaglio di mosse possibili, eliminando inesorabilmente le forme peggiori (in natura — e in ingegneria — non si dà spazio al “relativamente peggio”…).

    Quanto alla similitudine con l’ingegneria umana, la biologia non ha limiti di tempo e, nella prospettiva dei costi, può riutilizzare proficuamente prodotti di scarto (Gould parlerebbe di exaptation: l’esempio tipico sono le ossa della mandibola dei rettili primitivi trasformate — e riadattate — negli ossicini dell’orecchio interno dei mammiferi).

  9. Oblomov scrive:

    Resto assolutamente scettico nei confronti dell’ottimalità del processo evolutivo (lo sono anche nei confronti dell’ingegneria umana, anche considerando ‘ottimo’ secondo la prospettiva Galfyana del meglio che si possa fare nel tempo e con le risorse disponibili), a meno di non definire ottimo ciò che viene ottenuto; ma allora l’ottimalità del processo evolutivo è tautologica, e non ci permette di prevedere quale potrebbe essere il passo successivo (o qualunque altra cosa si stia analizzando con la prospettiva Dennettiana).

  10. Galfy scrive:

    Il problema è che nell’evoluzione non esiste una progettualità. L’ottimo cioè non è aprioristico (ma nemmeno nell’ingegneria ‘tecnologica’ in fondo lo è: i conti a tavolino non sempre sono validi) ma indica soltanto il risultato migliore che si è ottenuto in quel dato ambiente e in quella data circostanza.
    Scusate ma probabilmente non ben capito: Dennett ritiene che si possa prevedere l’evoluzione oppure soltanto capire le sue ‘intenzioni’? Non credo sia la stessa cosa.

  11. @Oblomov: se vuoi sostituisci il concetto dell’ottimo con quello del “non-pessimo”. Come ho detto, se l’evoluzione opera anche eliminando le forme di vita meno idonee all’ambiente, allora questo processo porterà all’emersione di migliorie e aggiustamenti. Che poi noi definiamo ciò che è ottimo solo ad evoluzione avvenuta è verissimo; ma l’arbitro dell’evoluzione rimane la selezione naturale, non noi! L’uomo invece, dall’ingegnere che progetta al consumatore che compra, è giudice dell’ottimalità degli strumenti da lui costruiti (in senso lato dei memi, i “geni culturali”). Certo, non sempre questa viene ottenuta; a volte neanche viene ricercata. Il solito Gould, evoluzionista che però nell’adattazionismo crede poco e niente, in un saggio di Bravo Brontosauro fa l’esempio della tastiera delle macchine da scrivere (e dunque dei computer), in cui il layout QWERTY fu originariamente implementato per rallentare la battitura ed evitare l’inceppamento delle astine dei caratteri! Oggi noi ci portiamo dietro questa caratteristica, che è l’antitesi dell’ottimizzazione, soltanto per abitudine – o forse anche per motivi di ottimalità: a ben pensarci sarebbe ormai sconveniente (non economico) cambiare una forma così radicata: la gente dovrebbe reimparare a digitare, le fabbriche dovrebbero cambiare modelli di hardware etc…

    @Galfy: l’evoluzione è cieca, eppure sembra vederci benissimo. Approfondirò in seguito la posizione di Dennett al riguardo; intanto ti anticipo che in un suo brano, immaginando un mondo possibile, approda ad alcune possibili conclusioni-previsioni. Mi spiego meglio: Dennett fa notare come in un mondo terrestre con un medium trasparente (cioè con atmosfera non fosca) è assai probabile che vengano “inventati” gli occhi (del resto, anche nel nostro mondo si sono evoluti più volte e indipendentemente: gli occhi del polpo non hanno la stessa origine dei nostri!). Sempre nell’ottica della sopravvivenza della materia vivente – ovvero quella materia che sfida almeno temporaneamente l’entropia – l’assunzione di energia da fonti esterne (con l’alimentazione ad esempio) sembra inevitabile. Questo dovrebbe fare riflettere (magari facendoci concludere che la progettualità nell’evoluzione non esiste, ma per fortuna è come se ci fosse…). Certo, non avremo mai previsioni esatte (e nemmeno vaghe, a dire il vero); tuttavia alcune intuizioni sono “ovvie” anche per un processo cieco come l’evoluzione. Diciamo che sono passi obbligati per ottenere lo scopo della sopravvivenza. (Penso sia questo che renda gli algoritmi evolutivi tanto interessanti…)

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