Ho già spiegato le motivazioni del mio voto: perché voto e perché voto la ‘parte’ che voto. Eravamo arrivati a concordare che, per non riavere quello al governo, bisogna votare, e bisogna votare contro di lui (affrettatevi!), da perfetti coglioni. Cosa che, all’atto pratico, si traduce nel dare il voto a uno qualunque dei partiti facenti parte della coalizione del centrosinistra. Questa è la prima certa conclusione delle mie meditazioni. Che però si sono spinte oltre. Ho in effetti glissato sull’effettiva fiducia che accordo all’Unione di Prodi. Dubito che un governo di centrosinistra – per quanto l’alternanza politica, in democrazia, sia senz’altro un bene, e questa è l’unica cosa che sono disposto a riconoscerle – possa fare miracoli o risolvere i problemi del paese o almeno alleviare le sofferenze (dove effettivamente ve ne sono) degli italiani. E con tutto ciò ho solo sfiorato il dubbio che il vero nemico non sia un governo di centrodestra, ma proprio il governo (o almeno la sua attuale forma nella nostra problematica società odierna). Ma questa è davvero materia per considerazioni e riflessioni troppo vaste, di ampio respiro; adesso la situazione è assai più immediata, più gretta, più ‘semplice’ se vogliamo. Non solo ho deciso di non dare il voto a Berlusconi e anzi darlo ai suoi diretti avversari: ora e contemporaneamente posso anche decidere quale partito spedire alla Camera. Non sono io a scegliere direttamente i suoi rappresentanti, questo è vero – e se la politica è fatta di e da uomini, mi ricondurrebbe allo scetticismo sulla crocetta da apporre –: essi mi vengono imposti dall’alto, variabili per circoscrizioni (e non ho idea di chi siano quelli proposti per la mia a parte i celebri capolista, né a molto servirà leggerne velocemente i nomi sui tabelloni che troverò affissi sui corridoi della scuola). Insomma: si vota il partito. Dovrei chiedermi preventivamente se credo a questa istituzione. Preferirei gli individui, questo si è inteso (e, detto incidentalmente, almeno formalmente e teoricamente apprezzo la scelta di un candidato, per la coalizione che otterrà la mia preferenza, che sia al di fuori della logica immediata dei partiti, per quanto poi alla fine non stimi l’uomo che, ricordiamolo, ha avuto un passato alla DC). Ma ancor più stimo le idee, se non come promesse almeno come linee guida del proprio operato (sarò utopista, lo so). E di idee, nel centrosinistra, ce n’è per tutti i gusti. Ora, ho più volte farfugliato che, se non ci fosse stato il tizio che c’è, avrei potuto non solo non andare a votare, ma anche addirittura votare per il centrodestra (detto per inciso, a uno come Fini – se non fosse, come è, succube del Padrone – concederei quasi tranquillamente l’incarico di formare un governo). Ma, specie in questi giorni di recrudescenza di rigurgito clericale, noto come nella CdL non ci sia una sola forza di orientamento seriamente laico – e anzi mi paiono tutti ottimi cattolici, e non solo quel Casini divorziato e convivente con compagna e figli illegittimi che però tanto crede alla ‘famiglia’ e il suo partito sul quale solo ho insperatamente confidato, specie nell’era Follini, per una caduta del governo. E siccome sono seriamente convinto che la regolamentazione eteronoma della morale da parte dello Stato (a sua volta pesantemente ingerito dalla Chiesa) sia un gran bel male per il paese (ricordiamo soltanto l’ultimo referendum, e come i cattolici abbiano tolto possibilità di scelta a chi tale non fosse), in cuor mio non posso davvero sostenere una simile fazione. Rivolgiamoci allora nuovamente al centrosinistra, e anzi seriamente all’estremità dello schieramento – ché davvero non posso tenere in considerazione le proposte e le posizioni dei vari Rutelli Mastella DiPietro. Rimane ben poco. Sostanzialmente rimane Rifondazione Comunista, rimane La Rosa nel Pugno.
Ora, è vero, ci sarebbe la considerazione strategica dell’ultima ora. Ovvero: sto votando principalmente e forse soltanto per non riavere quello (e in gran parte, al di là di una sommaria indifferenza, anche quelli); dunque, la cosa migliore è fornire a questi altri una maggioranza serena e forte e almeno programmaticamente unita e compatta (ché l’Unione – mai nome fu più azzeccato o più icastico –, si deve riconoscerlo, è un coacervo, un guazzabuglio non ancora ben amalgamato e confuso da un premier prepotente e potente). Tradotto in termini pratici: votare L’Ulivo. Tuttavia è anche vero che potrei approfittarne per votare per i miei blandi ideali, preferendo il partito che più si approssimi ad essi nella vaga e vana speranza che vengano presi in considerazione e almeno in parte attuati da ciò che sta dietro e oltre l’icona che mi accingo a crocettare (fenomenologicamente non faccio altro che questo). Dunque, se non voto l’Ulivo con stato d’animo simile a chi qualche mese fa, pur essendo comunista, preferì alle primarie segnare Prodi per amor di pace e unità, l’alternativa resta tra i due succitati estremi estremisti. Passiamo in rassegna le motivazioni.
Da un lato abbiamo la Rosa nel Pugno: sostanzialmente i Radicali di Pannella e della Bonino più i Socialisti di Boselli. Apprezzo la novità della proposta, che sembra finalmente forte e seria e sensata e spero duratura (pressappoco come una novella Margherita – mutata mutandis -, ma con ideali più dignitosi e fermi). Apprezzo la dicitura con la quale si presenta il partito: laici socialisti liberali radicali (sulla laicità ho detto già; sulla necessità di soluzioni radicali ho accennato pure; illuminante sarà leggere l’insolito binomio-contrapposizione di liberali-socialisti ricordando che gli anarchici si definivano pure socialisti libertari, con ciò discostandosi dal marxismo e tendendo ad accogliere dall’una e dall’altra visione del mondo – comunismo VS capitalismo, o meglio ancora, data l’epoca, socialismo & liberalismo – gli aspetti migliori). Condivido le lotte promulgate in passato e riproposte attualmente, parziali forse per un vasto sistema di partito e visione dello stato, ma sicuramente funzionali per quello che è sempre rimasto un piccolo partito estremo quanto belligerante (potete trovare il programma del partito qui, ricordando che, sotto sotto, alla Bonino il programma dell’Unione non sembrerà una gran cosa – tant’è vero che lì per lì l’ha strappato, sacrilegio!). I contro: c’è anche del marcio nel passato di questa gente, dai Cicciolini agli Intini ai Berluschini (non aggiungo altro…). Votarli significa scommettere. Scommettere anche, non per ultima, sulla stabilità di un governo con una simile mina vagante tra le proprie fila.
Dall’altro lato (contrapposto?) abbiamo Rifondazione. Partiamo dai contro: non dissimilmente dai suddetti radicalsocialisti, anche i comunisti di Bertinotti sono un po’ una scommessa, un azzardo (inutile ricordare per colpa di chi cadde lo scorso governo Prodi); l’estremità delle loro proposte non trova forti sostenitori né entro l’Unione né in una concreta condotta di governo seriamente attuabile. Gli unici entusiasmi incontrati sono da parte di ragazzotti che continuano a lasciarmi perplesso per un’aderenza spesso acritica a un’ideologia ancora pervasiva e certo affascinante. I pro: ne dirò solo uno: sentire parlare Bertinotti, ahimé, ti apre il cuore. Fosse solo perché sembra l’unico ad avere una seria e vera e reale attenzione per i diseredati del paese, assai numerosi specie in un Mezzogiorno che non chiede certo strambe alleanze sotto bandiere padane né facili occasioni per improvvisarsi piccoli imprenditori destinati a inevitabile scacco.
Con questa messe di pensieri ieri mi recavo alle urne. E che potevo fare? Apro la scheda e, al diavolo ogni meditazione, letteralmente segno la croce sul primo partito che m’è capitato davanti agli occhi, sotto la mano – anzi, il pugno. C’è andata bene…

Oggi mi sento un po’ più laicosocialistaliberaleradicale anch’io…