Probabilmente, questo è l’unico blog (Tommy, da quando in qua chiamare blog il tuo sito?) dove non s’è ancora fatta parola riguardo al famigerato referendum. Sebbene i più scaltri e acuti lettori abbiano notato l’apparizione del fiocchetto in alto a sinistra, che declama il fatto ch’io non m’asterrò dall’apporre crocetta – come se il non astenersi garantisca automaticamente del segnar SÌ… – tuttavia non una parola ho speso riguardo alla presa decisione dell’andare a votare (a esercitare un diritto-dovere, come vorrebbero alcuni). Il lettore ne avrà le balle piene di discussioni sugli embrioni e sulle fecondazioni: immagino: anch’io; il mio approccio, tuttavia, spero possa essere leggermente differente da quello “medio”; la mia girandola di affermazioni, sconnesse e disordinate (ho rinunciato, alfine, a darvi forma di discorso, preferendo un’aforismatica, una frammentazione delle idee, separate da righe vuote o forse da immagini, in cui ogni blocco di righe piene tenta di mantenere la propria autonomia e pervenire alle proprie, parziali, conclusioni), pongono questioni probabilmente non ancora sollevate, o soltanto timidamente accennate dai più, tutti intenti nel loro nastro preregistrato (che siano per i quattro sì o 3-sì-1-no o per l’astensione, poco importa e poco cambia: sempre la stessa tiritera è quella che gira, su ogni rete, televisiva o telematica che sia). Buona (disordinata) lettura.
Orbene: proclamo subito: non so esattamente per cosa vado a votare. Ovvero: nonostante la ressa di trasmi pro-astensio (e dunque di mega-embrio Ferrara galleggianti per l’amniotico televisivo), di opinioni e declamazioni di scienziati politici papi e cattolici, di Ferille Bonine e Montalcine, non mi è ben chiaro a cosa sono chiamato. Intendiamoci: il referendum, in primo luogo, serve a cambiare (abrogare, dicono con linguaggio astruso) delle leggi, e: uno, non sono giurisperito; due, anche il poter penetrare il testo del codice m’aiuterebbe poco o punto nel dipanare la questione. Professo preventivo atto di ignoranza, dunque. L’esplicazione di ciò a cui siamo chiamati a dire (o piuttosto ‘segnare’) la nostra (nera o bianca: niente sfumature) probabilmente è contenuta nelle schede che accoglieranno il nostro cruciforme sfregio: ma son certo che pochi o nessuni la leggeranno. Ci si fanno incontro, allora, interventi ad hoc: vogliono ‘illuminare’ il cittadino, l’avente diritto, guidando il suo voto ora con le buone ora con le cattive, ora proponendo approfondimenti critici, scientifici, scettici, moralistici, cattolicheggianti, fides et ratio, ora puntando sullo slogan; nulla toglie tuttavia, alla fin fine, che si può votare sapendo o non sapendo, sapendo poco o credendo di sapere molto, nella convinzione che il meglio (per la donna, per la vita, per la salute, per l’etica, per l’anima, per papà e mammà) sia il sì, il no (cu è stu scemu?) o il nulla, l’astensione (il silenzio, in questo caso, è assenso: che tutto resti com’è, mi va bene). Potremmo votare anche tirando a sorte la monetina al momento: voto ugualmente sarebbe. Mi si perdoni l’ignoranza, dunque.
Si è detto che la gran massa, la gente comune, non dovrebbe andare a votare, tanto delicata è la questione, e tanto a digiuno di pura teoresi (scientifica, ovvero etica, o anche etico-scientifica) è l’elettore medio. Mi sta bene. Si decida, allora (magari con altro, preventivo referendum), se le questioni siano più di competenza scientifica o etica, innanzitutto, e si mandino dunque a votare soltanto gli scienziati e i più alti esponenti del mondo etico – per questi ultimi non intendendo solamente prelati vescovi e cardinali (che, se in tal caso si astenessero, come propongono di fare adesso, la darebbero vinta ai marrani, ai peccatori, agl’infedeli) ma anche esponenti di etiche diverse da quella cristiano-cattolica (e ce ne sono. Si chiamino alle strette e prestigiose urne i filosofi, anzitutto). Ritorno all’oligarchia, se volete (altro che milioni e milioni di italiani al voto!), o per meglio dire all’aristocrazia, che doveva essere il “governo dei migliori”, ove qui il migliore è tale non in base a un’iniqua tassonomia – c’informano che Dio solo conosce il valore degl’individui – quanto piuttosto a seconda delle proprie competenze. Nonostante le proprie convinzioni e le proprie zichicche, infatti, uno scienziato (ma che pezzo di carta si deve avere per essere ‘scienziato’?) avrà senz’altro una conoscenza dei termini della questione migliore del troglo communis, col tutto che anche i ‘fatti’ scientifici sono soggetti a interpretazioni personali e a svilimenti pregiudiziali. Similmente un puro speculatore etico-teoretico avrà migliore conoscenza tecnica delle questioni morali implicate (anche se, probabilmente, tutti gli uomini di fede sarebbero schierati a senso unico, pena la scomunica, lo scandalo, il peccato).
Spesso ho inteso il referendum come ultima arma per una effettiva democrazia, di quella di stampo ateniese, quando tutti i cittadini erano invitati ad esprimere la propria opinione. O.K.: quel ‘tutti’ enfatizzato ci dovrebbe ricordare che meno di un soldo bucato valevano nell’agorà le opinioni di schiavi, donne e stranieri: adesso invece esse possono valere una manciata di crocette, un òstrakon cartaceo. Ciò ingenera in me riflessioni su cosa sia la democrazia e disquisizioni sul concetto di maggioranza: mi traggo dal pantano tirandomi su per i capelli, e facendo mio un motto che percepivo da tempo e che con estrema chiarezza ho ritrovato, non molto tempo addietro, espresso sul solito siterello anarcoide: la democrazia è il potere del 50,01%. Roba da far rizzare i capelli in testa. Ma tant’è. (Per la cronaca, il quorum è la soglia che serve per rendere valido il referendum – ed effettive le abrogazioni –: il cinquantapercentopiùuno degli elettori. E il resto? E se di quella percentuale votante avesse la meglio, a sua volta, il cinquantapercentopiùuno? Breve calcolo esemplificativo. Centomila aventi diritto. 50001 elettori votano. 25001 SÌ. Sostanzialmente, un quarto degli elettori hanno la meglio sul resto. Dovrebbe essere uno sprono per non astenersi, almeno per quei tre quarti – mica tre-quattro! – di astensionisti.)
È una questione di libertà, s’è detto. Concetto vago, sul quale non oso dibattere. Probabilmente accetterò soltanto che la mia libertà finisce dove comincia quella dell’altro: ma anche così è troppo poco, e nemmeno l’imperativo kantiano o il divino comandamento sul prossimo tuo m’aiutano molto. Tuttavia, la mia (im)morale sembra basata su una sola massima – non kantianamente intesa, stavolta –: «è un bravo chistianu: non ha mai ucciso nessuno». Forse è solo la possibilità umana di poter arrecare la morte del suo simile che ha fatto sì che nascessero le etiche; forse il decalogo non è poi così male – su di esso dovrebbe basarsi la ‘nostra’ morale, o perlomeno quella del buon cristiano –; tuttavia, all’infuori del quinto comandamento, il resto mi sembra tutto fuffa, borietta divina, inno alla nevrosi e catalogo del mediamente disatteso. (Dite la verità: siete cattolici? Sì? Fuori di qui, cazzo! Mai venerati santi e madonne, imprecato e bestemmiato, saltate le messe pasquali e natali, contraddetto e disatteso i genitori, sparate seghette e/o ditalini, taccheggiato una penna o un cd, dette bugie e menzogne, bramata la donna del momento di Tom Cruise, desiderato la casa o la macchina dell’amico? Bravi: meritate il paradiso.)
L’etica mia, che si ferma solo di fronte alla vita (alla possibile morte per mano mia, se volete) altrui. Questo contraddirebbe il diritto alla vita dell’embrione, m’informano. Ma qui sconfiniamo, finalmente, nella metafisica: campo dove ognuno può dire tutto e il contrario di tutto. Campo dove poco si sa, e si naviga a vista. Si dovrebbe definire cosa sia la vita, anzitutto. Il concetto medio, ‘standard’, è chiaro: vive chi nasce cresce muore, mangia beve caga fotte, pensa capisce agisce, mente cervello corpo mondo; movimenti nello spazio e nel tempo fanno la vita. Ma si dovrebbe anche capire se sia vita, in ordine: quella di uno spermatozoo; quella di un ovulo; quella di un ovulo che sta essendo fecondato da uno spermatozoo; quella di un ovulo fecondato e cosiddetto embrione (ma è questa la questione sulla quale dibattiamo); quella di un feto di 90 giorni; quella di un feto di 91 giorni; quella di un bambino nell’imminenza di nascere (ancora ancorato al cordone, e tecnicamente ancora un feto); quella di un bambino appena nato, non autosufficiente; quella di un bambino nato gravemente malformato; quella di un bambino nato al sesto o settimo mese (per cui il ricorso all’incubatrice è d’obbligo); quella di un grave invalido o handicappato; quella di un malato di mente, di un amnesico, di un incosciente (letteralmente, senza coscienza: con danni, anche neurologici, alla coscienza); quella di qualcuno in coma profondo e irreversibile; quella di un tizio in persistente stato vegetativo (ricordate ancora la Terri Schiavo?); quella di un cane, di un gatto, di un animale domestico; quella di un bovino ovino equino suino o altro bisteccoide; quella di una scimmia o qualsivoglia primate; quella di un mammifero, e più genericamente di un qualsiasi animale non umano. (Da notare il salto ‘ontologico’ tra uomini e cosiddetti animali. Da parte mia, ribadisco un’affermazione di Dawkins che, nel suo celebre Il gene egoista, afferma: «Un feto umano, che ha sentimenti quanti ne può avere un’ameba, gode di una venerazione e di una protezione legale molto maggiore di quella che viene concessa a uno scimpanzè adulto. Eppure una scimmia sente, pensa [...] Il feto appartiene alla nostra specie e per questo motivo automaticamente riceve privilegi e diritti speciali» [pag. 12; se possibile, andatevi a leggere tutt il passo, tutta la pagina, tutto il libro – cosa che io devo ancora fare, ahimé]. E in culo all’antropocentrismo, biblico e non solo.)
Cosa che assai di malgrado ho sopportato, è un’intima contraddizione di atteggiamento da parte della Chiesa: l’equazione embrione-persona. Nulla di male, per carità. Credano pure che l’anima è prerogativa squisitamente umana, e possesso di ogni singolo uomo/individuo/persona (anche se alcuni ce l’hanno più sporca, e allora dio li punirà, sti stronzi). Ma non vengano a rompere i coglioni saccheggiando e usufruendo di un concetto – quello dell’embrione – che soltanto la scienza poté loro offrire. Costruiscano la loro morale solo sulla bibbia: la parola divina dovrebbe fornire abbastanza conoscenza. (Insomma: ditemi il passo delle sacre scritture ove si afferma che l’embrione sia persona. Sono fantasie etico-cattoliche post-industriali. È la fede che accumula corbellerie; è la chiesa che è innovazione e tradizione, che aggiunge al proprio corpus sempre più elementi, con abile mira espansionistica.)
Dicono: l’embrione è in potenza un essere umano. Tempo fa lamentavo l’aristotelismo in cui ci reimmergiamo, con una simile espressione. Ma risponderò con altro aristotelismo: l’embrione è, in atto, soltanto un aggregato di cellule. Cellule portentose (‘totipotenti’), per carità: ma cellule, vive eppure non viventi (per rubare una bella espressione del collega Alese): niente di che, nulla più che un frammento di pelle, una punta di ciglio, una scheggia d’unghia. (OK: obiettate che le suddette sono cellule morte, coriacee, anchilosate: avete ragione. Ma non è che se avessi parlato di un grumo di cervello, un brandello di fegato o uno strato di retina le cose sarebbero migliorate.) E poi, diciamoci la verità: il concetto dell’essere in potenza, unitamente a una visione deterministica di ciò che sarà ciò che adesso è (implicito nell’equazione: l’embrione sarà uomo, sarà un essere umano bell’e formato), porta a grandi aberrazioni, preclude il ventaglio di possibilità proprio della vita, dell’uomo, del tempo, e genera mostri. Un embrione, infatti, in potenza è anche un grumo di cellule che non riesce ad ancorarsi all’utero indi perisce, un feto malformato o gravemente malato, un possibile aborto – nel senso più ampio del termine – in genere… e financo un comunista della peggior schiatta (di fronte al quale, son sicuro, quelli che sono per l’etica prima della scienza e soprattutto MAI CONTRO LA VITA rimangerebbero le proprie parole e modificherebbero le proprie convinzioni, o perlomeno agirebbero non in osservanza di esse, come sovente loro accade).
Intendiamoci: credo nell’indefinitezza e fors’anche nell’infinità del progresso, e sono poco incline a fantasie catastrofico-apocalittiche. La libertà è anzitutto possibilità di fare della propria vita (ma non delle altrui) quel che si vuole. Sono per il suicidio, per l’eutanasia, contro la vita inerte medicamente assistita ma per i polmoni d’acciaio e per i cuori artificiali – suvvia, Chiesa: rigetti il progresso e la scienza, e poi vuoi che tengano in vita il cadavere Schiavo con le più recenti ed aggiornate apparecchiature tecnologiche? –; sono tanto per la vita che per la morte, benché non sempre possa essere arbitro adeguato per concedere o meno tale diritto alla vita. So solo che il buon senso e la scienza (in particolar modo la neurobiologia, suppongo) possano aiutarci a scegliere; ritengo che il cosiddetto “principio di precauzione” sia una gran cazzata – rischieremmo di attribuire la VITA alle gramigne, ai cuscini, alle pietre, alle lattine di tonno e alle capocchie-di-spillo-cellulari, in una sorta di panteismo e olismo naturalistico veramente sfrenato.
Postilla. Mi si chiede il perché della tempestività di tale intervento. Forse giungo in ritardo; probabilmente non potrò più influenzare nessuno con le mie opinioni. Ma mi chiedo: era mio intento influenzare qualcuno? Voglio dire: a me, personalmente – possibilmente; al momento – che questa legge cambi o meno non può fregar di meno. Comprendo tuttavia l’angoscia dall’una e dall’altra parte – diciamo sterili e malati da un lato, e moralisti e cattolici dall’altro –; tuttavia, sono a favore del progresso – che in ogni caso verrà da sé, ne sono certo – e della libertà, quando non vada a scapito mio. Certo: a mio avviso dovremmo definire meglio tali importanti concetti: la filosofia molto ci ha lasciato, ma più ancora sono le domande senza risposta e le questioni aperte, sospese, aporetiche, indecidibili e passibili sempre di nuove soluzioni – chi abbia studiato Bioetica, non per ultima, capirà a cosa alludo. E allora, si torni alla FILOSOFIA, nel tentativo profondo di comprendere il mondo, piuttosto che rifarsi a morali e schemi preconcetti, e si ricordi sempre che la filosofia è anzitutto amore per il sapere e ci si rassegni all’idea che la SCIENZA avrà pure le sue magagne, le sue incertezze, le sue immoralità, i suoi rischi d’errore, ma è pur sempre il sapere più forte di cui disponiamo (pensiamo anche ai suoi risvolti tecnologici).