Il poco divino futuro dell’umanità Homo Deus di Yuval Noah Harari

Yuval Noah Harari è diventato famoso qualche anno fa con il suo bestseller Sapiens, dedicato al passato della nostra specie; quest’estate ho letto la seconda parte di quella che nel frattempo si è configurata come una trilogia dedicata all’uomo. Homo Deus (Bompiani 2017) specula sul futuro dell’umanità; rispetto alla precedente è un’opera più originale e forse anche più impegnativa – nulla comunque che non si possa leggere in vacanza per darsi un certo tono da intellettuale, vista anche la mole del libro. Le tematiche sono tante: ne toccherò solo alcune molto rapidamente – giusto un assaggio.

Nella prima pagina Harari sostiene, forse ottimisticamente, che «da qualche decennio siamo riusciti a tenere sotto controllo carestie, pestilenze e guerre». Poco più avanti specifica meglio che «non ci sono più carestie naturali nel mondo; esistono solo quelle politiche. Se le persone in Siria, Sudan o Somalia muoiono di fame è perché alcuni personaggi politici vogliono che ciò accada». Dovremmo ricordarcelo specie quando ci viene ammannito questo nuovo ambientalismo-giardinaggio tanto di moda e calato dall’alto: il riscaldamento globale porterà sempre più problemi, certo, ma questi sono spesso amplificati dalla politica – non è eliminando i sacchetti di plastica che salveremo il mondo. «Quando si arriva al momento di scegliere tra la crescita economica e la stabilità ecologica, i politici, gli amministratori delegati e gli elettori quasi sempre sono a favore della prima opzione» – touché.

Commentando il video della caduta di Ceauşescu – di cui proprio nel momento in cui scrivo ricorre il trentennale – Harari si chiede: «Perché le rivoluzioni sono così rare? Perché le masse talvolta applaudono e sono entusiaste per secoli e secoli, facendo tutto quello che l’uomo sul terrazzo comanda loro, anche se potrebbero in teoria fargliela pagare in ogni istante e ridurlo a brandelli?» – me lo chiedo spesso anch’io, e credo che molto dipende dal valore che diamo alle nostre vite individuali e dal rischio concreto di azioni violente da parte della polizia. Il problema è che le grandi masse di individui si comportano in modo fondamentalmente diverso dai piccoli gruppi, accettando ad esempio le briciole dal prepotente di turno (questo è del tutto in contrasto con le previsioni psicologiche del “gioco dell’ultimatum”!); il sorgere delle élite politiche che dispensano punizioni e (miseri) premi alla massa dominata, assieme alla credenza in miti fantasiosi, dà vita purtroppo a gerarchie assai stabili.

L’“ordine costituito immaginario” è quel che ci fotte. «Le entità intersoggettive dipendono dalla comunicazione fra numerosi umani piuttosto che dalle credenze e dalle sensazioni dei singoli umani». Per Harari queste entità sono il motore della storia: alcuni esempi sono il denaro, la nazione, l’idea di dio e l’ordine politico. A volte l’unica speranza è data dal tempo: «Così procede la storia. La gente tesse una rete di significato, crede in essa con sincerità e passione, ma presto o tardi la rete si disfa e quando la guardiamo retrospettivamente facciamo fatica a capire come qualcuno abbia potuto prenderla sul serio… Pertanto, tra un centinaio di anni, le nostre credenze nella democrazia… potrebbero sembrare ugualmente incomprensibili ai nostri discendenti». Resisterà l’anarchia?

Harari si (pre)occupa anche del futuro del lavoro: in base alle ultime ricerche nei prossimi vent’anni il 47% dei lavori attuali verranno svolti da macchine. «Poiché non sappiamo quale assetto troverà il mercato del lavoro nel 2030 o nel 2040, già oggi non abbiamo la più pallida idea di cosa insegnare ai nostri figli. La maggior parte di ciò che essi imparano oggi a scuola sarà con ogni probabilità irrilevante per quando avranno quarant’anni» (invero è una cosa che stanno già sperimentando oggi tanti, troppi millennial). Flessibilità ci dicono: continuare ad apprendere e reinventarci, ma «molti, se non addirittura la maggioranza, non saranno capaci di stare al passo». E il problema più grosso è che «quando gli algoritmi avranno estromesso gli umani dal mercato del lavoro, la ricchezza e il potere potrebbero risultare concentrati nelle mani di una minuscola élite che possiede i potentissimi algoritmi, creando le condizioni per una disuguaglianza sociale e politica senza precedenti». La tecnologia è comoda ma iniqua…

L’ultima parte del libro di Harari è dedicata alla “religione dei dati” che ormai sta soppiantando tutte le altre. Seguendo il filo dell’opera, siamo passati dalla fede in entità esterne (divinità e religioni tradizionali) a quella in sé stessi e nei propri sentimenti (dall’età moderna in poi) per approdare oggi a questa nuova fiducia nei dati informatici. I computer ci conoscono meglio di noi, cosa ormai accettata in ambito medico in cui dispositivi via via più avanzati permettono diagnosi sempre più precise; ma che dire del nostro regalare i dati personali ad aziende private da cui non siamo neanche pagati? «Già oggi l’algoritmo di Facebook è un giudice delle personalità e inclinazioni umane perfino migliore della propria cerchia di amici, genitori e consorti»: a Facebook bastano appena 10 like per conoscerci meglio dei colleghi di lavoro, 70 per gli amici, 150 per i familiari e 300 per i coniugi…

Alla fine, a diventare un superuomo prossimo al divino sarà probabilmente solo l’uomo ricco, ci avvisa Harari: il rischio del futuro è la crescita della disuguaglianza. Nonostante gli elogi alle capacità produttive del capitalismo, Harari è consapevole che esso è inadeguato come sistema sociale; leggiamo nelle ultime pagine del libro: «È pericoloso affidare il nostro futuro alle forze del mercato, poiché queste forze fanno ciò che è buono per il mercato piuttosto che ciò che è buono per il genere umano o per il mondo. La mano del mercato è cieca tanto quanto è invisibile, e lasciata libera a operare secondo le sue modalità potrebbe evitare di fare qualsiasi cosa a proposito del riscaldamento globale o dei pericoli potenziali dell’intelligenza artificiale».

(Pubblicato nel numero 401 di Sicilia Libertaria).

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Come alla fine d’una guerra Napoli ’44 di Norman Lewis

Rileggere oggi Napoli ’44 di Norman Lewis (Adelphi 1993) è un’esperienza che apre gli occhi non solo sulla Napoli di allora, ma anche e soprattutto sull’Italia di ora. Tre quarti di secolo sembrano essere trascorsi invano, tanto è l’impatto che la distruzione della guerra e il conseguente dominio (che qualcuno chiama ancora “liberazione”!) straniero esercitano tuttora sul paese in cui abbiamo la sventura di vivere.

L’autore, inglese, partecipò allo sbarco degli Alleati a Salerno nel 1943 e rimase in Campania per oltre un anno. Nella sua opera gli orrori della guerra appaiono solo di sfuggita – del resto, per un militare con mansioni d’ufficio i rischi erano ben pochi: Lewis è relativamente libero di esplorare Napoli e dintorni e di fissare quasi quotidianamente su carta le proprie impressioni. Tralasciamo le pagine più folcloristiche e le più drammatiche (quelle sui “miracoli” dei santi contro quelle sulla prostituzione di madri di famiglia in cambio di scatolette di carne) e soffermiamoci su quelle politiche, che sono le più sorprendenti per la loro attualità. Lewis, per via dei suoi incarichi, ha un contatto diretto con il popolo da un lato – soprattutto con la pletora di “informatori” – e con la polizia italiana e l’AMG (Allied Military Government of Occupied Territories, giusto per rinfrescare la memoria) dall’altro. Questo lo porta a scontrarsi con la corruzione dilagante nelle alte sfere (molti ufficiali americani sono coinvolti direttamente nel contrabbando e nel mercato nero) e con gli illeciti compiuti da poveri cristi affamati, gli unici a pagarla veramente di fronte all’iniqua “giustizia”.

Il primo giudizio di Lewis sul popolo oppresso è che «quasi tutti gli italiani [sono] assolutamente neutrali in fatto di politica»; in realtà questa “neutralità”, o meglio questo apatico disinteresse, viene da anni di sottomissione, e il problema si è esacerbato con l’unificazione dell’Italia: «l’Italia del Sud e la Sicilia […] formano un’unità culturale ed economica, che prospera solo con l’unione politica. I governi del Nord le hanno invece sempre sottovalutate, considerandole aree endemicamente arretrate, di un qualche valore solo come fonti di manodopera e di risorse alimentari a buon mercato […]. Di fatto […] il Sud è in pratica una colonia del Nord industrializzato». Una speranza di riscatto per i meridionali, allora come ora, sembra venire dagli studi: eppure, ci avverte Lewis, Napoli pullula di laureati senza lavoro e più poveri dei sottoproletari: «questi professionisti ridotti alla fame sono il risultato della volontà di ogni famiglia borghese napoletana di avere un figlio laureato, anche se la laurea è inutile. I genitori sono disposti a togliersi il pane di bocca purché il figlio acquisisca il diritto di venire rispettosamente chiamato avvocato, o dottore». Ricordiamocelo, sono parole che descrivono situazioni di settantacinque anni fa…

Nel giro di pochi mesi di governo militare viene reso di nuovo possibile fondare partiti che parteciperanno alla «furiosa rissa democratica che prevedibilmente si scatenerà quando verranno indette le elezioni». L’autore però è molto scettico, notando anzitutto la grande frammentazione politica italiana. Lo schifo è a destra («alcuni [partiti] vengono considerati più risoluti e sinistri, e tra essi quello su cui dovevo indagare, che si chiama “Forza Italia!” [sic!] e si sospetta di simpatie neofasciste») e a manca («i comunisti ortodossi […] sono però in qualche misura indeboliti dall’esistenza di una trentina di correnti, ciascuna delle quali con un proprio organo di stampa, e reciprocamente ostili – l’unico punto su cui concordano è l’appello all’unità dei proletari di tutto il mondo»); nessuno è veramente rivoluzionario («i comizi di questi giorni sono sempre la solita solfa, uno vale l’altro […]. L’oratore di oggi avrebbe dovuto essere, in teoria, un sovversivo, ma non aveva assolutamente nulla di nuovo da dire, e comunque nulla che potesse in alcun modo costituire una minaccia per la sicurezza delle forze alleate»). Intanto i sindaci campani sono tutti uomini di Vito Genovese, braccio destro di Lucky Luciano e diventato nel frattempo “interprete” presso gli americani di stanza a Napoli…

Lo sguardo di Lewis non si ferma alle apparenze: tutto ha una spiegazione più profonda, spesso di carattere pragmaticamente economico – in una parola, la fame. Perciò la camorra è «una forma di resistenza clandestina permanente, evolutasi nei secoli come sistema di autodifesa dalle angherie e dall’esosità di tutti i governi stranieri che si sono succeduti a Napoli», la corruzione è assimilata a uno scambio di doni rituali («questa gente non mi sta offrendo una bustarella, bensì sta compiendo un normale gesto di cortesia»), l’appartenenza politica ha ben poco di ideologico («un disoccupato iscritto alla DC ha maggiori possibilità di trovare lavoro»). Anche di fronte ai casi che più dovevano apparirgli inesplicabili, come gli omicidi nelle faide, Lewis non perde mai l’umanità: a un gruppetto di ergastolani chiede se lo rifarebbero, e la risposta è tanto fatalista quanto filosofica: «nelle stesse circostanze, ci saremmo costretti. È ovvio. Non credere che ci si provi gusto, a fare una cosa del genere. Lo sbaglio è stato metterci al mondo» (ecco il mè phynai di sofoclea memoria…).

Voglio chiudere questo invito alla lettura con l’ultima, lunga e paradossale citazione: «un anno fa li abbiamo liberati dal Mostro Fascista, e loro sono ancora lì, a fare del loro meglio per sorriderci educatamente, affamati come sempre, più che mai fiaccati dalle malattie, circondati dalle macerie della loro meravigliosa città, dove l’ordine costituito non esiste più. E alla fine, cosa ci guadagneranno? La rinascita della democrazia. La fulgida prospettiva di poter un giorno scegliere i propri governanti in una lista di potenti, la cui corruzione, nella maggior parte dei casi, è notoria, e accettata con stanca rassegnazione. In confronto, i giorni di Benito Mussolini devono sembrare un paradiso perduto».

(Pubblicato nel numero 400 di Sicilia Libertaria).

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Paris 2019 Impressioni (d'un viaggio) di settembre

Ognuno di noi, anche il più incallito dei campagnoli, ha la sua città-feticcio. La mia è Paris. Ci sono stato la prima volta quando era piena di manifesti di Boudu; ci sono tornato il mese scorso (stavolta davano Le dindon) rimanendoci qualche giorno in più – grazie alla mia ottima ospite L³ – per godermela meglio e farmene un’idea più completa. Le mie brevi e banali considerazioni.

Paris è grande. È la prima ovvia impressione che si avverte camminando per i suoi spaziosi boulevard (quello di Montparnasse, per dire, è largo quasi quaranta metri; e nessuno mi pare scenda sotto i trenta), o vagando per i suoi parchi (soggiornavo tra il Cimetière du Montparnasse – quasi diciannove ettari – e il Jardin du Luxembourg – oltre ventidue ettari; ho fatto pure un salto al Bois de Boulogne: 846 ettari…). Non parliamo poi della dimensione delle piazze. Tutto è magniloquente, lì. Merito del Secondo Impero, anche.

Culla dell’arte. Sarò francofilo, ma tutto o quasi ciò che ho ammirato nell’arte (durante la mia adolescenza) e nella letteratura (tuttora) viene dalla Francia. Delacroix Courbet Manet Monet Degas Renoir Cézanne Toulouse-Lautrec Rousseau Braque Gauguin Matisse (ma mettiamoci pure i soggiornanti Picasso Van Gogh Mondrian Chagall Modigliani…); Voltaire Flaubert Baudelaire Rimbaud Verlaine Proust Céline Sartre Beauvoir Camus Cioran Pennac Reza Houellebecq Carrère Littell. E tanti altri che sto dimenticando – o non ho ancora letto.

Il giusto mix tra antico e moderno. Haussmann faceva edificare quei tipici palazzi mentre ancora l’Italia doveva farsi “unita” – similmente la Beauvoir scriveva Le deuxième sexe negli anni in cui Casa Filosofica (la sua struttura fisica cioè) veniva costruita pietra su pietra come nel medioevo. A Paris v’è compresenza tra bistrot aperti da oltre un secolo e provvidenziali Franprix coi loro frigoriferi pieni di birre belghe a buon mercato. Lì soprattutto ho notato che i parigini non toccano più banconote e pagano con carta. Ci arriveremo.


Piena di cultura. A nausea. Penso ai mastodontici musei, con opere d’arte in quantità inverosimile. Il Louvre è paradigmatico, certo – ogni sua ala potrebbe essere un degnissimo museo a sé stante! – ma io continuo a essere più coinvolto e sconvolto dall’Orsay e dal Pompidou, e da quest’ultima visita anche dal Quai Branly. Che a proposito è stato voluto e fondato da Chirac (morto nei giorni della mia permanenza, per cui l’ingresso in quei giorni era gratuito – così l’ho scoperto): immagina Cossiga aprire a Roma un museo su Maori e Zulu.

Paranoica. Non si può andare da nessuna parte senza passare per un metal detector e aprire la borsa a una guardia – anche più volte, come per entrare al Senato. E nell’ultima marche pour le climat, con la convergence des luttes di ecologisti e gilets jaunes, c’erano schierati 7500 sbirri per una presenza stimata di 15000 manifestanti – un uomo armato ogni due civili. Passi per me che sono supergiovane e grezzo, ma si sono beccati i lacrimogeni pure i miei inermi compagni di corteo – pensionati, famigliole e bambini convinti di poter salvare il pianeta.

Ancora cultura. Entri in un Monoprix qualsiasi – mica in una Gibert! – ed è normale trovare un paio di riviste filosofiche e tre o quattro magazine di letteratura, quando in Italia, se va bene, alla Coop puoi comprare Focus o l’Espresso. Nel métro incontri anche e ancora gente che legge libri cartacei, non solo i soliti tizi annoiati accartocciati sugli smartphone (io ero giustificato, avevo mappe da decifrare e seguire). Nelle librerie non sono esposti Vespa, Volo o Moccia. In compenso ci sono ogni giorno presentazioni, conferenze, soirée con Eschaton

La cucina francese. La Francia quanto a cibo è seconda solo all’Italia, dicono, ma i gusti sono ben diversi (tranne che il roquefort è gorgonzola…). Tutto sembra più elaborato, pesantemente. Gli odori e gli aromi sono complicati; le pomate dai gusti indefinibili – piccanti salate amare pungenti aromatiche forti speziate – sono ciò che più resta impresso (oltre allo spiccato alito d’aglio di tanti francesi). Se non altro, in Rue du Montparnasse ho imparato che le crêpe salate si chiamano in realtà galette e sono fatte con farina di grano saraceno e senza latte.

La lingua. Il francese ha qualcosa come 17 suoni vocalici, mentre l’italiano ne ha sette – in realtà solo cinque, qua al sud. Capirete la difficoltà di pronuncia. Poi quelle nasali, e le parole tutte tronche… Bello, elegante, suona bene, ma dovrei snaturarmi troppo per parlarlo. (Due aneddoti: mi ritrovavo a scambiare per italofoni gli spagnoli – diciamolo, i padani parlano più similmente ai francesi che ai siciliani. E ancora: stranamente in dieci giorni non ho sentito neanche uno ’mbare: ma forse fine settembre non è tempo di ferie per i catanesi…).

Serietà. L’impressione globale e finale che ho ricavato da questo viaggio è che la Francia è come sarebbe l’Italia se solo questa fosse più seria. (Il lettore diligente scovi l’adynaton). In Francia i francesi si prendono sul serio, e di conseguenza prendono e fanno le cose sul serio (forse non come i tedeschi ma quasi…). Non hai l’impressione che tutto venga arrabattato e abborracciato o volto in farsa come accade continuamente in Italia e ancor più in Sicilia. C’è organizzazione e funzionalità – o forse solo normale civiltà. Ci arriveremo?

Confronti impietosi. Aeroporto di Orly, trenta milioni di passeggeri l’anno: pulito, calmo, silenzioso, rilassante. Varie panche su cui poltrire prima dell’imbarco. C’è pure un Carrefour dentro, in cui prendere una birretta biologica fredda a meno di due euri. Dopo manco quattro ore, aeroporto di Catania (dieci milioni di passeggeri l’anno): bolgia infernale. Sedie solo nei locali, e due panchine giusto a lato delle poche prese perennemente occupate. Al bar mi fottono cinque euri per una birra industriale fresca – ovviamente senza scontrino. Bentornato.

Di’ qualcosa di negativo! Colonialismo. Imperialismo. Macronismo. Costo della vita esorbitante. Classismo. Cibo falso. Vegetali fintissimi. Pioggerellina continua. Poca empatia. Puzza sotto il naso. Mare lontano. Un’ora di métro al giorno. Sbirri partout. Insomma un mix tra cose ormai ubique – la destra che avanza – e altre proprie delle città, con l’aggiunta delle lagnanze tipiche del siciliano in trasferta. Che poi io ho più geni nordici che mediterranei, e quel clima manco mi dispiace; solo dovrei abituarmi al cibo in scatola là come alla gente in trappola qua.

(Alla fin fine, viaggiare serve soprattutto a capire la luce e il lutto in cui stiamo).

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Trentasette Considerazioni del 37° genetliaco

Parecchi anni or sono, con Alfredo si ragionava dei trentasette anni, età emblematica per i pittori – Van Gogh, Toulouse-Lautrec, Raffaello e Parmigianino morirono a quell’età, Modigliani e Caravaggio giù di lì (e se estendiamo alle altre arti, ricordiamo pure Rimbaud, Mozart, Byron e Majakovskij…). Più che altro i nostri ego da sedicenni si gasavano: a trentasette anni ci immaginavamo sì morti, ma dopo una gloriosa carriera artistica. Invece ci sono arrivato vivo, ma disilluso, non famoso e stanco. Cos’è successo?

È successo che ho smesso di fare il fricchettone e sono diventato padre, certo. È successo che ho capito definitivamente – forse anche con i nudge di Raffaele A. Ventura – di essere un fottuto Millennial, e di avere tutti i difetti (specialmente!), le molte sfighe e i pochi pregi della mia generazione disagiata. Insomma, in parte è colpa nostra (troppe aspettative!), in parte dei nostri genitori (troppi elogi!) e in parte delle circostanze non volute e non decise da noi (troppo sfruttamento!). E queste ultime non è facile cambiarle, nemmeno con la politica.

A proposito. Qualche tempo addietro avevo smesso di seguire i notiziari, nonché tutti i siti e blog che avevo nel feed reader. Parimenti non aprii più Facebook. Stetti bene: la politica terrestre e passeggera non entrava più nella mia vita. Poi, un po’ per necessità un po’ per socialità – «vediamo che dice Tizio, vediamo cosa combina Caio» – ripresi ad aprire Facebook. Purtroppo, se dapprima Tizio e Caio erano quei pochi amici di cui ancora mi fregava qualcosa, presto divennero Salvini e Di Maio. Preferivo le vostre foto coi vostri fottuti piatti e bicchieri pieni!

(Di conseguenza, mi spiace per i vari amici, parenti e conoscenti che comunque reputo intelligenti, ma da oggi nasconderò – dapprima in pausa per un mese, poi per sempre – chiunque mi faccia apparire barbose facce di cazzo su Facebook, o chi nomina, commenta e critica tutti i peli del Papa, che sia esso Matteo (soprattutto!) o Luigi o chicchessia. Di papi ne avremo sempre ed essi continueranno a fare il loro fascistissimo lavoro, anche se indossano la maschera bonaria da Francesco Primo, da fratello di Montalbano o da Gretina – poverina…).

Rifugiamoci nei libri. Invero non molti nuovi, rispetto a un anno fa – i lavori edili sfiancano il corpo e sfilacciano la mente lettrice. Ho continuato con Malaparte, Jong e Carrère – tre persone, tre personaggi, tutti proustiani –, poi c’è stato l’immenso Le benevole di Littell – un’opera, prima che un libro di uno scrittore! – e ora sto riscoprendo Philip Roth – era ora. Alla fine i libri dicono quasi tutti la stessa cosa: che la vita è dolorosa, indaffarata, spesso breve e mai giusta. Gli altri libri servono solo a strapparci un fugace sorriso – ma a quel punto infinitamente meglio un episodio di Rick & Morty.

Per tutto il resto c’è la solita musica. Ringrazio ancora quegli stolidi – Alessandro, Manuele, Mattia – che si sono accollati di sopportare le mie distorsioni, i miei volumi e le mie cacofonie. Ringrazio gli amici che si sono defilati, quelli che sono rimasti e quelli che sono (ri)entrati nel mio tempo. Ringrazio soprattutto la famiglia che mi supporta: Simona che tollera la scrivania perennemente ingombra di materiale da saldare, Ulisse che testa accuratamente i miei pedali – entrambi rendendo la mia misera vita più divertente e più divergente. E infine ringrazio me stesso, il mio impegno e la mia volontà (sic!).

Ok: perché tanto pessimismo? Porco Zeus, è il primo compleanno della mia vita che passo sotto la pioggia! E l’umore, specie quello di un siciliano, è altamente influenzato dal clima. Diciamo dunque che è colpa della carenza di vitamina D. Tutto, pur di non addossarmi io la colpa!

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36 anni a 360 gradi Considerazioni del 36° genetliaco

Questo assurdo anno di mezzo della mia vita è passato. Un anno che mi ha fatto diventare padre – di un figlio che non volevo, almeno a parole, ma che stranamente e (stra)ordinariamente non mi dispiace, adesso. E muratore, anche – si seguono sempre le orme dei padri, alla lunga. (Speriamo non conseguano le paranoie, i deliri e le manie: ma si può sfuggire ai geni?).

Trentasei anni sono importanti, credo. Ho doppiato la maggiore età: ho ormai vissuto più tempo da maggiorenne che da minorenne – eppure come sembrano lunghi e pesanti quei pochi anni semicoscienti prima dei diciotto! Festeggio pure il decimo anniversario della laurea – dell’ultimo carnevale della mia vita. E comincio ad avere le prime ossa rotte – non solo metaforicamente: una costola è incrinata, e il mio pessimismo mi fa sentire un po’ l’Ivan Il’ič degli iblei.

Quando mia madre compiva trentasei anni, la mia mente tredicenne cominciava a dare i primi segni di vera e critica autocoscienza. Facile contestarla allora (la madre, non la mente!); adesso comincio a pensare che le madri hanno sempre ragione – pure la mia, che ci esortava sempre a stare alla larga da chi ama Dio e strafotte il prossimo. Non poteva però prevedere – e non lo previdi neanch’io – che Dio sarebbe stato sostituito dalla Natura, e i cattolici-cristiani-ecclesiasti dagli ecologisti-naturalisti-fricchettoni. La malattia mentale è la stessa, solo che le chiese si sono spogliate dei marmi e rivestite di paglia. (Pauperismo da strapazzo peraltro, visto che non c’è ecovillaggista senza introiti segreti e tenuti ben nascosti).

Ecco cosa mi ha portato la saggezza del trentaseiesimo anno: ho capito definitivamente che i gruppi di esseri umani sono la cosa più terribile e pericolosa al mondo. È ovvio: ci siamo evoluti come macchine da caccia – poi battaglia, poi guerra, e ora, nella più «civile» delle ipotesi, randellata verbale costante, protratta e sbandierata (se non puoi colpirli in testa, rovinagli la reputazione). Poi dici il razzismo… Sappilo: le persone che ti sembrano più sensate, oneste e ammirevoli sono solo quelle che meglio sanno dissimulare i propri problemi mentali – o sia il proprio adattamento alla vita.

Quest’anno, dopo un 2017 alle prese con letture psicologico-evoluzionistiche e chiuso giustamente con l’Odissea, ho ripreso a leggere romanzi. (Col sonno interrotto e la mente intor(p|b)idita dagli strepiti neonatali non è facile seguire ragionamenti da saggi). Trovo, manco a dirlo, che i romanzieri ne sanno più e meglio – e lo sapevano prima! – dei miei cari Pinker, Diamond, Eibl-Eibesfeldt e compagnia bella. Scoperte e riscoperte di queste prime 21 settimane – di questi primi 21 libri del 2018: Malaparte, Ballard, Houellebecq, Tolstoj, ma anche Vincenzo Rabito, Mordecai Richler ed Erica Jong – e pure Roy Lewis, certo! (Ora tocca un’altra chance a Philip Roth – ché quel Lamento era veramente tale).

Cosa sanno, in fondo, tutte le menti migliori? Che le menti umane sono instabili, profittatrici, insaziabili. Precarie, provocatrici e prevaricatrici. E sadiche, infinitamente. I suddetti psicologi-antropologi-evoluzionisti direbbero: l’uomo si è evoluto così, è normale che adesso è cotale – e letale. Certo, è una spiegazione un po’ tautologica e autoreferenziale, ma forse è necessaria per combattere gli eterni seguaci di Rousseau e gl’idealisti d’ogni sorta. Alla fine la vita somiglia più a un romanzo che a un trattato di filosofia. Per fortuna e purtroppo.

Forse mia madre aveva ragione anche nel sostenere che i libri non li puoi mangiare – non ti sfamano. Fosse per lei avrei dovuto spendere i miei (pochi) soldi non nelle librerie ma nelle pizzerie. È che ho sempre pensato che un buon libro sanno scriverlo solo in pochi, una buona pizza sa farla anche un idiota. Quel che non si trova più sono le buone basi, i buoni ingredienti. Con la consorte carissima, dopo il figlio, stiamo tentando di far (ri)nascere Casa Filosofica – sottotitolo: natura, cultura e buon cibo. E se la natura è quella che è, un po’ madre (comunque stronza) ma ancor più matrigna, la cultura e il cibo sono cose che possiamo ancora scegliere. Forse le ultime.

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