Per una cultura permanente

Molti di noi, dicevo, immaginano un mondo differente, senza banche né supermercati. Un mondo dove non c’è crisi, perché i soldi non esistono o non sono essenziali come lo sono oggi; un mondo non dominato dal capitalismo (di cui, non a caso, banche e supermercati sono i due principali emblemi e templi) ma nemmeno appiattito da un cieco socialismo di Stato. Probabilmente sogniamo: proprio nei momenti di crisi è più facile imporre la shock economy, come sa bene Naomi Klein. Ma è anche in questi momenti di crisi che si può e si deve riscoprire una solidarietà che prescinda dal mero scambio economico.

Negli ultimi decenni, a partire già dai tempi del boom economico – al quale era ovvio che sarebbe seguita un’implosione – non sono stati pochi coloro che hanno provato a distaccarsi dall’influsso dell’imperante e onnipresente sistema politico-economico di massa (chiamiamolo Stato o Capitalismo, non fa molta differenza). L’anelito libertario s’è manifestato in anarchici, hippie, figli dei fiori, comunisti, contestatori, ecologisti, artisti; oggi mi pare che l’esperienza più compiuta la si può riscontrare presso i cosiddetti “permacultori”.

La permacultura – termine che unisce alla permanenza (cioè la durata sostenibile nel tempo) sia la coltura che la cultura – non è una scienza esatta né una vera e propria dottrina, ma piuttosto un insieme di più discipline, un’autentica Weltanschauung che coniuga agricoltura ed ecologia, progettazione e sostenibilità. Tutte tematiche che oggi vanno molto di moda, ma che solo pochi sono capaci di mettere davvero in pratica. Tra i riconosciuti maestri qua in Europa vi è Sepp Holzer, di cui è stato da poco pubblicato in Italia Guida pratica alla permacultura (Arianna Editrice 2013).

Sepp Holzer

«Con questo libro mi sono prefisso di ottenere che sempre più persone tornino a considerare gratificante vivere in armonia con la natura e cercare di comprenderla, invece di combatterla», scrive Holzer. Tra i principi fondamentali della permacultura c’è la multifunzionalità, l’efficienza energetica, l’utilizzo di risorse naturali. Agricoltura, silvicoltura, architettura del paesaggio, allevamento (per i non vegani) e spesso anche turismo si intrecciano in una visione del mondo organica, “olistica”. La permacultura, in definitiva, è una riprogettazione sostenibile dell’esistente che tenta di affrancarsi dagli attuali sistemi di produzione di massa (i quali, dopo le prime abbaglianti promesse di benessere per tutti, si stanno rivelando come gli autentici distruttori degli equilibri della Terra). È perciò necessariamente ideologizzata, schierata contro le devastazioni e gli scempi ambientali e votata al recupero, al riuso e all’autosufficienza.

Già nella prefazione Holzer nota che «molti sembrano aver perso la propria capacità di pensiero autonomo e il proprio senso di responsabilità nei confronti del mondo in cui viviamo». Il problema è culturale, dunque, ma ha una forte radice economica: per colpa della fame di profitto pochi individui danneggiano ampie fasce della popolazione, costrette all’indigenza. Quel che è peggio è che questo spesso avviene proprio «in aree in cui la fame dovrebbe essere sconosciuta, perché la terra è fertile e il clima così favorevole da poter offrire cibo in abbondanza per tutti», e non solo nel cosiddetto Terzo Mondo, ma ormai anche in Europa, dove «le piccole aziende agricole vengono perlopiù gestite come fonte secondaria di reddito, perché i contadini non sanno più come mantenersi con il proprio lavoro». Tutto ciò a favore dei grandi latifondisti e delle loro monocolture tossiche. Il superamento di un simile perverso sistema passa necessariamente attraverso la riappropriazione della terra.

Sepp Holzer

Tali obiettivi ci porteranno spesso dalle parti della disobbedienza civile, o anche dell’aperta illegalità. Lo stesso Sepp Holzer si è autodefinito “l’agricoltore ribelle”: la sua volontà di sperimentare nuovi sistemi ecologici lo ha portato più volte a cozzare contro l’autorità, a scontrarsi con l’onnipresente burocrazia. «Dovremmo vivere la nostra democrazia invece di comportarci da lemming e seguire ciecamente la massa, altrimenti prima o poi perderemo sia la democrazia che i nostri diritti». Le leggi sono spesso cieche e ingiuste; nella nostra visione del mondo tendono più spesso a salvaguardare l’illecito e l’immorale che a propugnare un ordinamento sociale armonioso.

Holzer, come ogni creativo e rivoluzionario, è impregnato di spirito autenticamente anarchico. «In base alla mia esperienza, è raro che mi arrivino consigli utili per il mio lavoro dalle istituzioni pubbliche, siano esse il comune, la Camera dell’agricoltura o un qualsiasi altro ente pubblico. Di solito per prima cosa mi viene illustrato tutto ciò che non è permesso. Se prendessi sul serio queste informazioni, non mi rimarrebbero molte alternative. La conseguenza è che pensiero e azione creativa restano tagliati fuori». Chiunque pratichi permacultura si accorgerà presto che l’autorità costituita fa di tutto per mettere i bastoni tra le ruote – ruote che spesso il permacultore nemmeno possiede, convinto com’è che si possa fare a meno di mezzi di lavoro meccanizzati che ci rendono dipendenti, ancora una volta, dalle potenze petrolifere.

Sepp Holzer

Il libro, al di là di questi spunti teoretici, è un vero e proprio manuale di permacultura e consta di cinque sezioni: architettura del paesaggio, coltivazione agricola alternativa, frutteti, funghicoltura, orti e giardini; l’aspirante permacultore, o anche il semplice appassionato di orti, vi troverà una miniera di informazioni utili, spesso alternative, per fare fruttare meglio i propri lavori (due su tutte: non è previsto l’uso di mezzi meccanici, se non all’inizio dell’impianto permanente delle colture, e non è contemplata la potatura degli alberi da frutto). Forse la componente sociale della permacultura vi è un po’ trascurata, ma il lettore, per farsene un’idea, farà prima e meglio a visitare qualcuna delle realtà che stanno prendendo piede anche dalle nostre parti. C’è un progetto di ecovillaggio proprio sotto Ibla, animato da alcuni cari amici; c’è un gruppo di mutuo soccorso, emblematicamente denominato MAI (Mutuo Aiuto Ibleo), che si riunisce almeno due volte al mese per lavorare, costruire e sperimentare assieme in ambito permaculturale; c’è il tentativo di avviare un mercatino Genuino Clandestino, momentaneamente messo da parte solo a causa di leggi bieche e dei controlli ferrei messi in atto a Ragusa; c’è un gruppo d’acquisto solidale dove è possibile conoscere, oltre ai produttori riconosciuti e “certificati” dallo Stato, anche quella galassia di piccoli contadini e artigiani (tra cui il sottoscritto e la compagna di vita) che, in giro per gli Iblei, vuole andare oltre il concetto di azienda agricola o agriturismo e sta trasformando dei piccoli appezzamenti di terreno in autentici laboratori, punti di aggregazione e fucine di un modo di pensare e agire alternativo, ecologico e anticapitalista.

(Recensione anarchica pubblicata nel numero 338 di Sicilia Libertaria).

Pubblicato in www.davidetomasello.it | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 3 commenti

Torniamo a zappare!

«Il faut cultiver notre jardin», concludeva Candide alla fine delle sue terribili peripezie mondane. Amarezza, disappunto e pessimismo sono infatti le reazioni più comuni alla realtà quotidiana, in cui il nostro spazio di manovra è sempre minore e sempre più osteggiato dallo Stato e dalle altre mafie. Qualcuno, temerario don Quijote, prova a lottare invano contro aquile e altri rapaci; altri, per l’ennesima volta, si rifugiano nelle parole urlate da qualche Novello Salvatore; i più, affranti, si chiudono a casa nell’immobilismo, ché mettere il naso fuori spaventa e costa.

candide

Ad un anarchico, a meno che non sia convintamente individualista, un’affermazione come quella di Voltaire non può che fare inorridire: sembra quasi un invito al disimpegno e al vivere appartati. In realtà, a ben vedere, Candido non dice “il mio orto”, e anzi non è nemmeno solo in questa nuova avventura. L’orto e la casa – in una parola la fattoria – vanno mandati avanti in sinergia da un manipolo di persone, da una vera e propria tribù che veramente farà economia – gestione dell’ambiente, non della moneta.

economia-ambiente

Ora, sono pienamente convinto che ciascuno di noi può fare qualcosa per mitigare la crisi – ovvero per limitare i danni di massa causati da uno Stato arraffone e da un capitalismo coglione. Questo qualcosa sta nella terra, non nelle banche né negli uffici. Coltivare un orticello organico è il primo passo per la definitiva presa di coscienza, nonché una delle azioni più rivoluzionarie che possiamo compiere – del resto, se la storia è ciclica, rivoluzione è tornare al primario dopo il tramonto finanche del terziario.

vegetable-fordummies

Ci sono parecchi buoni libri in giro per cominciare a coltivare qualcosa, tra cui alcuni quasi filosofici (penso alle opere di Bill Mollison, di cui forse parlerò presto) per arrivare a quelli addirittura “spirituali” (come dimenticare gli spunti di Rudolf Steiner, oggi tanto di moda?). Tuttavia penso che per concludere veramente qualcosa la cosa migliore da fare sia studiarsi un bel manuale che parta dalle basi. A me il migliore, cioè il più chiaro e il più mirato all’azione, è parso Il tuo orto per negati (Mondadori 2010) di Charlie Nardozzi. Ennesima pubblicazione della celebre serie “For Dummies”, nonostante sia scritto da un americano riesce a coniugare la proverbiale pragmaticità d’oltreoceano alla saggia decisione di mantenersi nell’ambito del biologico. Leggerlo non dà mai la sensazione di avere a che fare con un tomo di chimica o una bibbia esoterica. L’edizione italiana, inoltre, è riadattata per i nostri climi e le nostre varietà di ortaggi (cosa che accade di rado in simili pubblicazioni).

charlienardozzi

Le premesse di Nardozzi sono condivisibilissime: «Nel corso degli anni ci si è allontanati dalla pratica dell’orticoltura domestica in nome del progresso e grazie a una maggiore ricchezza delle famiglie. In tempi recenti, tuttavia, si è diffusa la consapevolezza che coltivare i cibi che mangiamo, pur non essendo dispensabile alla sopravvivenza come in passato, può comunque rivelarsi importante per la salute del corpo, della mente, dello spirito, oltre che a migliorare il nostro stile di vita e il senso di appartenenza a una comunità». Aggiungo io: se non è ancora questione di sopravvivenza, ci siamo quasi. A meno che non vogliamo accontentarci degli pseudocibi spacciati a pochi soldi nei discount…

orticello

Continua Nardozzi: «Fare l’orto non è solo una questione di gusto. Ha a che fare con l’aspirazione a un’alimentazione sana e a chilometri zero, basata su ortaggi di cui è noto se e con che prodotti sono stati trattati. Concerne il nostro desiderio di nutrire la famiglia e gli amici con cibi ricchi di vitamine e antiossidanti… Favorisce relazioni di buon vicinato nella propria comunità… Ha a che fare con la riduzione dell’inquinamento e la lotta al riscaldamento globale, perché i prodotti del nostro orto non viaggiano per migliaia di chilometri dal luogo di produzione al nostro supermercato. Infine rivendica la nostra capacità di produrre direttamente il cibo che mangiamo – sia pure solo un vaso di basilico – e avere così un maggiore controllo sulla nostra esistenza». In poche parole coltivare un orto è un’esperienza totale e sociale – ecologica, economica e dunque politica.

ortolani

Dopo queste premesse il libro passa subito al sodo – parola che per gli ortolani ha a che fare anche con lo stato del terreno. Suggerirne lo studio adesso, in pieno autunno, ha almeno tre scopi: il primo è farsi una cultura di base e avere più tempo per pianificare le semine primaverili (ma possiamo già adesso cominciare a coltivare qualcosa di facile come fave o spinaci). Il secondo è provare a lanciarsi subito in una di quelle che Nardozzi definisce «sagge pratiche colturali», il sovescio (siamo ancora in tempo per azotare il terreno con delle leguminose!). Il terzo è comunque il più importante: meditare sulle nostre scelte di vita, sulla situazione in cui viviamo e sui modi per uscire fuori da questo sistema marcio e asfissiante. Il primo passo da fare, se possibile, è cambiare aria (una qualsiasi campagna a venti minuti di macchina dalla città avrà un’aria abbastanza buona) e dunque la gente che si frequenta (se parlano di stenti e di mancanza di soldi e poi strusciano le dita sul loro iPhone, è bene darsela a gambe levate). In ogni caso bisogna cambiare stile di vita, e si può cominciare provando a fare il più a meno possibile del supermercato nonché di ogni altro tempio del capitalismo. Se riciclando e recuperando è possibile procurarsi un po’ di tutto, col cibo ci toccherà faticare un poco. Si può cominciare anche a raccogliere le numerose verdure selvatiche e spontanee dei dintorni (dalle borragini alle ortiche, passando per cicorie, biete e senapi), per poi passare ai vasi in balcone…

rariceddi

Mi dilungherei ancora, ma il tempo stringe e c’è ancora l’orzo da seminare – ci saranno altre occasioni per riparlare di colture e permacultura. Una cosa mi preme ribadire: non c’è anarchia senza autarchia. Se è vero che non sempre è possibile essere totalmente autarchici, e anzi siamo schifosamente complici del peggior capitalismo già quando digitiamo dal nostro amato computer, cerchiamo almeno di cominciare da ciò di cui ci nutriamo, ciò di cui in fondo siamo fatti. Il cammino verso l’autoproduzione e dunque verso l’indipendenza dal Sistema Statale (autentico generatore di povertà e ingiustizie) è lungo e contorto, ma è una scelta ormai obbligata, conveniente e salutare. Chi non vuole convincersene resti pure a piagnucolare dietro le porte del potere.

(Recensione anarchica pubblicata nel numero 334 di Sicilia Libertaria).

Pubblicato in www.davidetomasello.it | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , | 11 commenti

Stressati

Può capitare di non riuscire ad onorare gli impegni. Di più: può succedere di non essere in grado di concedersi i dovuti piaceri, come leggere un libro e meditarci un po’ su. In tali casi la causa e l’effetto sono la stessa cosa: lo stress. Quando si è stressati non si riesce a fare niente di piacevole; quando non si fa niente di piacevole ci si stressa.

Peter Sloterdijk

Al di là degli eventi personali, tuttavia, lo stress è il liquido amniotico nel quale annaspa tutta la nostra odierna società. Lo sa bene ogni filosofo, che cerca fondamentalmente la pace; l’ha capito in particolare Peter Sloterdijk, che l’ha enunciato più volte fino a esplicitarlo in forma libraria nelle pagine di Stress e libertà (Raffaello Cortina 2012). Stressante, per l’uomo moderno, è l’incontro e scontro quotidiano con tanti “prossimi” che non sono mai stati così lontani; stressante è la fine della dimensione locale e l’immissione forzata in quella globale; stressante, insomma, è il grande Stato nazionale. Stressante e sorprendente al contempo: «Nulla è più stupefacente della possibilità di esistenza di questi insiemi di milioni/miliardi di individui nei loro involucri nazional-culturali e nelle loro molteplici suddivisioni interne». La principale fonte di stress, dunque, sono per Sloterdijk quei “macrocorpi politici” nei quali viviamo; di più, le società attuali non sarebbero altro che «campi di forza stress-integrati» e «sistemi di preoccupazioni autostressanti».

folla a natale

Onde evitare di prendere il nostro filosofo per un misantropo elitario (ma probabilmente lo è, come ogni buon pensatore), o peggio per un nazista (come ha stoltamente fatto Habermas), cerchiamo di capire meglio cosa lo indigna del vivere sociale. Leggiamo almeno questo stralcio: «Una nazione è un collettivo che riesce a preservare un’inquietudine comune. In esso un costante flusso tematico di stress, più o meno intenso, provvede alla sincronizzazione delle coscienze per integrare le rispettive popolazioni in comunità di cura e di eccitazione che si rigenera di giorno in giorno. Per questo i moderni mezzi di informazione sono semplicemente irrinunciabili per la creazione di coerenza in ambiti di stress comune nazionali e continentali». Sono i media, nelle attuali società, a suggerire e fomentare continuamente stati d’animo negativi e stressanti di inquietudine, paura, indignazione, preoccupazione. Senza i mass media, anzi, secondo Sloterdijk non esisterebbero nemmeno le società di massa con le loro coesioni forzate e artefatte. Libertà, pertanto, è l’affrancarsi da questo flusso uniformante e deformante di angosce eterodirette.

società dello spettacolo

La mancanza di libertà può essere esperita almeno in due varianti: la repressione politica e l’“oppressione del reale”. «La repressione politica costituisce un sistema di stress che produce effetti finché coloro che la subiscono scelgono di evitare lo stress – in un linguaggio d’uso comune: obbedienza, rassegnazione, sottomissione – piuttosto che la ribellione e la rivoluzione». In poche parole: la vita oppressa negli attuali Stati è stressante, ma la ribellione è ancor più stressante – anzi, la rivolta antitirannica si configura come la massima operazione di stress. Purtuttavia «le rivoluzioni scoppiano quando, in momenti critici, i collettivi rivalutano intuitivamente il proprio bilancio di stress e giungono alla conclusione per cui l’esistenza in una posizione sottomessa che cerca di evitare lo stress risulta infine più costosa dello stress della rivolta». La rivoluzione è una questione matematica ed economica, insomma; se considero che sto scrivendo nel giorno in cui l’IVA è stata ulteriormente aumentata al 22%, e la disoccupazione giovanile ha ufficialmente oltrepassato il 40%, capisco bene che è solo questione di giorni, o di punti percentuale.

cortei

Ma per Sloterdijk l’oppressione non è soltanto una questione sociale e politica: anzi essa spesso deriva dal “reale”, o quantomeno dalla nostra disposizione verso la realtà. La modernità stessa, secondo Sloterdijk, nasce dalla sua pretesa di lottare contro l’oppressione del reale; la sua forza sta nell’universalità del messaggio e nella capacità di arruolare gente di ogni provenienza per combattere questa “battaglia”. Gli Stati, che siano tirannici o sedicenti democratici, nascono e prosperano proprio grazie a questa bugia, a questo mantra costantemente ripetuto: la promessa di una vita migliore, in contrasto con una supposta vita grama e invivibile in una società anarchica. Sappiamo bene come va a finire: in tutto ciò gli individui e le minoranze – a meno che non facciano parte dell’élite al potere – sono costantemente schiacciati. E se pensiamo per un attimo che la modernità politica ha inizio con una recriminazione di “life, liberty and the pursuit of happiness”, la beffa non può che essere ancor più amara…

mirikani

Tornando a noi, libertà è autarchia e felicità; «libero è perciò colui che riesce a conquistare la spensieratezza», quella sensazione sperimentata e descritta da Rousseau nelle sue passeggiate solitarie, grazie alle quali si divincolava dalla morsa delle strette sociali. A tutt’oggi ci sono in giro troppi pochi gruppi con alti valori di “irradiazione rilassante”, per dirla alla Sloterdijk: in città è inutile cercarne, è tutto un affannarsi di gente in crisi perché c’è la crisi, stressata perché lavora troppo o depressa perché non lavora affatto. È per questo che negli ultimi mesi mi sono eclissato: la città mi stressava troppo, al punto da farmi preferire di accollarmi il grande stress (sì, non ce ne tiriamo fuori…) dell’abbandono dell’appartamentino cittadino e del trasloco in campagna. I ritmi, i sentimenti e i logorii imposti dalla vita quotidiana nella città si amplificano, diventando estremamente logoranti: meglio allontanarsi il più possibile dai media, dai megafoni, dagli amplificatori di comunicati stampa, dalle deprimenti emittenti, e cercare di vivere perseguendo la propria morale – lontanissima dalla legalità burocratica e autoritaria – e ammirando il cielo stellato stesi su un prato. Perché, come sa anche Sloterdijk, «l’uomo, disteso, è più vicino alla libertà».

(Recensione anarchica pubblicata nel numero 332 di Sicilia Libertaria).

Pubblicato in www.davidetomasello.it | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 8 commenti

L’anarchia in azione

Nel momento in cui scrivo, ci dicono, l’Italia è divisa in tre. Tre diverse tifoserie reclamano confusamente ciascuna la propria vittoria e/o l’altrui sconfitta. Il triello, in cui si stenta a capire quale sia il buono, sta appassionando milioni di italiani che non vedono l’ora di essere governati. Tutti gli altri sono semplicemente invisibili, o addirittura “nemici della Patria”: se solo mi arrischiassi a dire pubblicamente che questa situazione di “ingovernabilità” non è necessariamente un male dal punto di vista anarchico – tutt’altro! – rischierei l’immediato linciaggio. Meglio restare appartato, ché per la vera rivoluzione (non “civile” né stellare, ma sociale), devo prenderne atto, c’è tempo; e piuttosto che pendere dalle labbra di giornalisti, telecronisti e guru del web, preferisco rileggere un ottimo libro.

In realtà l'attuale situazione politica italiana ricorda più un triello del genere...

Anarchia come organizzazione (Elèuthera 2010) «è un libro sui modi in cui la gente si organizza da sé, si auto-organizza, in ogni genere di società: primitive, tradizionali, moderne, capitaliste o comuniste», come scrive l’autore, Colin Ward, nella prefazione. L’approccio non vuole essere teorico dunque, ma pratico: non a caso il titolo originale è “Anarchy in Action”. Ward è infatti convinto che il modo migliore per convincere la gente della bontà dell’anarchia è dimostrarle che funziona, e che anzi «una società anarchica, una società che si organizza senza autorità, esiste da sempre, come un seme sotto la neve, sepolta sotto il peso dello Stato e della burocrazia, del capitalismo e dei suoi sprechi, del privilegio e delle sue ingiustizie, del nazionalismo e delle sue lealtà suicide, delle religioni e delle loro superstizioni e separazioni».

Colin Ward

L’anarchismo, più che come utopia di una società futura, viene inteso da Ward come «un modo umano di organizzarsi radicato nell’esperienza della vita quotidiana, che funziona a fianco delle tendenze spiccatamente autoritarie della nostra società e nonostante quelle». Se non è diffuso come auspicheremmo non è dovuto alla pretesa che “non funziona”, ma al fatto che molta, troppa gente crede negli stessi “valori” che propugnano i loro governanti, cioè il principio di autorità, la gerarchia e il potere. Ward, per contro, è fermamente convinto che la società possa organizzarsi anche «senza il Potere» in modo migliore. Cominciamo dalla pars destruens. In ultima analisi, «spogliato dalla giustificazione metafisica di cui filosofi e politici l’hanno ammantato, lo Stato si può definire come “un meccanismo politico che si serve della violenza”». Tale violenza è al contempo diretta contro il “nemico esterno” ma usata contro l’intera “società soggetta”, e si esercita, di fatto, nel temibile potere coercitivo in mano a una minoranza: «la nostra è una società nella quale, in ogni campo, a prendere le decisioni, a esercitare controlli, a limitare le scelte, è sempre un gruppo ristretto di persone, mentre la stragrande maggioranza della gente può solo accettare quelle decisioni, sottoporsi al controllo, restringere il proprio campo d’azione nei limiti delle scelte impostele dall’esterno».

Voting changes nothing!

Che fare, dunque? «Dovrebbe essere ovvio che non si può cominciare con il sostenere i partiti esistenti, associandovisi o sperando di cambiarli dall’interno, né con il fondarne di nuovi per partecipare alla lotta per il potere. Il nostro compito non è di prenderci il potere, bensì di eroderlo, di risucchiarlo via dallo Stato». In altre parole dobbiamo mirare all’autogoverno, non a sostituire i politici vecchi con quelli nuovi e “certificati”, operazione funzionale solo allo scopo di mantenere in piedi l’apparato statale e a perseverare nella dicotomia elettori/eletti, ossia governati/governanti! Ma passiamo alla pars costruens: il primo consiglio di Ward è quello di applicare i principi libertari già nel nostro piccolo. La “via anarchica” è possibile in qualsiasi organizzazione sociale così come in ogni azione umana – nell’abitare, nell’amare, nel lavorare e nell’imparare – ed è abbracciata con convinzione (benché spesso inconsapevolmente) da molti gruppi informali, senza capi e privi di qualsiasi forma di leadership gerarchica, autoritaria, privilegiata e permanente (pensiamo a tante associazioni volontarie…). L’anarchismo non ha alcun interesse a porsi ai vertici, ed è allergico a ogni istituzione; secondo Ward l’ordine sorgerà spontaneamente, per tentativi ed errori: l’armonia nasce dalla complessità, e dunque dall’autonomia e dall’autorealizzazione degli individui.

L'autogestione è per vivere

Ward vuole però liberare il campo da certi fraintendimenti. Intanto «l’anarchia risulta non dalla semplicità di una società priva di organizzazione sociale, ma dalla complessità e dalla molteplicità di forme di organizzazione sociale»; e ancora: «l’alternativa anarchica è quella che propone la frammentazione e la scissione al posto della fusione, la diversità al posto dell’unità, propone insomma una massa di società e non una società di massa». Per far capire meglio agli irriducibili critici che anarchia non significa caos, Ward porta come esempio il sistema postale o quello ferroviario (avrebbe potuto citare anche internet, ma la prima edizione dell’opera risale al 1973…) per spiegare come sia possibile il funzionamento di reti complesse senza il coordinamento e la pianificazione da parte di un’autorità centrale: possiamo spedire una lettera all’altra parte del mondo, o viaggiare in treno attraverso vari paesi, grazie ad accordi federativi tra i vari sistemi.

Anarchici

Nell’ultimo capitolo, “Anarchia e futuro plausibile”, l’autore cerca di trarre le somme. Premette, molto realisticamente, che «una società anarchica è difficile che si realizzi, non perché l’anarchia sia irrealizzabile, o fuori moda, o impopolare, ma perché la società umana è diversificata». Al contempo, però, delinea certe vie da percorrere. Molte le conosciamo già: antiautoritarismo, descolarizzazione, decrescita, decentralizzazione, permacultura; ce n’è però una che abbiamo dimenticato. Scrive Ward: «non si è mai assistito all’abdicazione volontaria al privilegio e al potere. Questo è il motivo per cui l’anarchismo è un appello alla rivoluzione». E la rivoluzione deve servire ai popoli ad allargare la propria sfera di autonomia e ridurre la sottomissione all’autorità, non a «installare una nuova cricca di oppressori»! Nel caso non si trovasse la motivazione per la disobbedienza e la rivolta, ricordiamo sempre che «lo Stato è una forma di organizzazione sociale che differisce da tutte le altre da due punti di vista: in primo luogo perché rivendica l’adesione di tutta la popolazione e non solo di coloro che intendono farne parte; in secondo luogo perché dispone di mezzi coercitivi per imporre tale adesione». Sta a noi capire fino a che punto sostenere questa associazione a delinquere.

(Recensione anarchica pubblicata nel numero 326 di Sicilia Libertaria).

Pubblicato in www.davidetomasello.it | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 7 commenti

Italiche viscere

Siamo nuovamente a un passo dalle così dette “elezioni” per antonomasia, o sia quella farsa tragicomica nazionalpopolare che pressappoco una volta al lustro pretende di portare una cinquantina di milioni di pecore (ribattezzate per l’occasione “elettori” e vezzeggiate come “popolo” – di volta in volta della libertà [sic], della rete, dei moderati, dei forconi, dei responsabili, dei rivoluzionari civili [ri-sic] e così via) a mettere la propria crocetta sulla schedina. Il bello è che, come ogni volta, non si rischia di vincere nulla, anzi… Anche in questa nuova “tornata” la mia domanda non è tanto per chi si va a votare, ma perché. Non sono riuscito, negli anni, a darmi una risposta soddisfacente; di primo acchito abborraccerei che è tutta una questione di “tifo”, ma i conti continuerebbero a non tornare con coloro che perseverano a tifare, cioè a “votare” secondo il gergo burocratico, per il mitico “meno peggio”.

Elettori pecore

Cercando una risposta, mi sono imbattuto in un libro d’un paio d’anni fa. Un po’ riluttante – sarà per il formato cartonato, la sovracopertina che sbrilluccica e soprattutto la firma e il ritratto saccentello e detestabilissimo di Beppe Severgnini – mi decido comunque a prenderlo (a mia imperitura giustificazione, lo davano al prezzo d’una birra scrausa…). Trattasi di La pancia degli italiani (Rizzoli 2010) in prima edizione (nel frattempo è uscita un’edizione aggiornata con una copertina non meno intollerabile, raffigurante la Venere di Botticelli sfregiata da un maniaco). Ma guardiamo ai contenuti. Il sottotitolo vorrebbe essere eloquente: “Berlusconi spiegato ai posteri”; la dedica è «all’elettore e al detrattore»; la tesi è che «se B. – così, con gran risparmio d’inchiostro, Severgnini cita il suo idolo ispiratore – ha dominato la vita pubblica per quasi vent’anni, c’è un motivo. Anzi, ce ne sono dieci».

Beppe Severgnini

Immagino già l’altissimo interesse per la tematica. Diciamolo subito: leggere la mezza dozzina di paginette delle “conclusioni iniziali” (una sorta di sommario in apertura del libro) non ci farebbe perdere granché dei contenuti del resto dell’operetta, a parte una ricca e tediosa aneddotica sui politici italiani. Come se non bastasse il libro puzza già di muffa, se è vero che la squadra azzurra – la prima grande squadra con un Presidente – questa volta è in affanno. Ma diamogli ugualmente una chance. Il primo dei dieci “motivi” è, per l’autore, il “fattore umano”: «Cosa pensa la maggioranza degli italiani? “Ci somiglia, è uno di noi”». Ecco svelarsi il senso del titolo del libro: S. (risparmiamo inchiostro anche noi) non scrive tanto su B. e le sue porcate, quanto sugli italiani e i loro vizi. Il problema, insomma, non è l’eletto ma gli elettori. Giusto, diciamo noi; ma allora il libro assume un carattere universale, e B. diventa solo una contingenza che potrà presto essere sostituita da un’altra lettera dell’alfabeto – da un altro affabulatore. È ormai sempre più chiaro (ma mai abbastanza, e non a tutti) che l’uno vale l’altro; avremo variazioni sottili, quasi impercettibili, solo nella parte aneddotica.

Elettori tifosi

Dieci, dicevamo, sono i fattori che secondo S. spingono gli italiani ad apporre croci, crocifiggendosi all’istante. Il primo, il fattore umano, stigmatizza la multiformità del politico («B. seduce da molti anni gli italiani: imitandoli. Non tutti: molti, abbastanza da ottenere la maggioranza») e di conseguenza il carattere del popolo. Scrive S.: «B. è l’autobiografia aggiornata della nazione». Bene, ma in due anni la nazione pare essere lievemente cambiata: adesso si mostra indignata, incazzata, apparentemente stufa dei soprusi dei politici. Poco male: nell’autobiografia aggiornata al 2013 basterà sostituire B. con G. e il gioco è fatto. Si troverà sempre un demagogo pronto a incarnare gli umori del demos, presentandosi come provvidenziale homo novus. La cosa preoccupante è che si tratta sempre di un comico pronto ad assidersi dopo aver calcato i palchi…

Berlusconi-Grillo

«È nei bar, non nei centri-studi, che si vincono le elezioni», osserva S.: ora, saranno i caffè o gli amari, ma nei bar non ci si rende spesso conto che quei candidati che mettono in luce i problemi lo fanno in maniera parziale e, quel che è peggio, proponendo sé stessi come soluzione. È vero, votiamo da “appena” due terzi di secolo, ma non abbiamo ancora imparato nulla. Dimentichiamo il “fattore divino”, tra gli altri, e il Vaticano che adesso appoggia M.; dimentichiamo pure il “fattore Robinson”, sul quale S. si permette di ironizzare («Ognuno di noi si sente Robinson Crusoe. Lo Stato, misterioso e inospitale, è la spiaggia su cui dobbiamo sopravvivere (le leggi inutili, le procedure infinite, le imposte asfissianti)») senza realmente trarre le dovute conseguenze: non è all’interno dello Stato che si può trovare rimedio ai problemi dello Stato. Lo Stato è strutturalmente monolitico, autoritario, logorante, illibertario; non è cambiando i suoi rappresentanti (e men che meno mutando loro orwellianamente nome!) che cambierà veramente qualcosa. La democrazia, se ha da farsi, dev’essere senza intermediari, senza “eletti” né “portavoce”: altrimenti è gerarchia, è immancabilmente oligarchia e oligocrazia e quasi sempre anche plutocrazia…

Plutocrazia

Aprire gli occhi su cosa sia veramente ciò che viene chiamata “democrazia” non sarebbe nemmeno così difficile, ma ad impedirlo, tra le altre cose, c’è di mezzo il “fattore Truman”, cioè il fatto che gli italiani informati siano solo «più o meno cinque milioni» mentre il resto si rifà alla televisione – o, posso ormai dirlo non senza tristezza, all’internet del social medium blu, del primo blog del Paese e dell’informazione partitica. Osserva S. che «la massa, come il pubblico del Truman Show, non vuole obiezioni, ma conferme. Non chiede problemi, ma una trama. Non cerca informazioni, ma intrattenimento». Ora, non so se ciò sia una peculiarità della massa o una stortura causata da anni e anni di esposizione catodica; certo è che nei movimenti di massa eterodiretta l’uomo dà il peggio di sé: riempie piazze (anche in luoghi sonnolenti come Ragusa!), sporca, rumoreggia e non centra nemmeno il bersaglio.

Grillo a Ragusa

Segue il “fattore Hoover”, che paragona il politico a un venditore di aspirapolvere. «Lui saprà vendere, ma diciamolo: in giro c’era voglia di comprare». Basta ritoccare la confezione, senza cambiare il prodotto; e tra le altre etichette c’è quella dell’“uomo nuovo” (quanti continuiamo a vederne ancora in giro? Come se la “novità” giustificasse l’eleggibilità; peggio, come se il nuovo non sarà un futuro delinquente…). C’è poi il “fattore Zelig” («immedesimarsi negli interlocutori»), il “fattore harem” (superfluo spiegarlo) e il “fattore Medici” (non i dottori ma i Signori rinascimentali), ma più interessanti mi sembrano gli ultimi due: il “Fattore T.I.N.A.” (There Is No Alternative) e il “fattore Palio” (di Siena). Il fattore T.I.N.A. è forse un altro modo per nominare il “meno peggio”: «i vincitori riescono a vincere perché i perdenti sono decisi a perdere. Votare è una questione di alternative». Il fattore Palio ha a che fare invece col tifo: «la gioia della vittoria sul rivale è ben piccola cosa, se comparata al tripudio per la di lui sconfitta». Questi i dieci motivi per cui si è votato B. – e si continua ancora a votare in maniera non troppo dissimile.

Parlamentari

Giunto a fine libro quasi rimpiango la Moretti: S. non è anarchico né astensionista, e anzi difende a spada tratta la trita questione del votare il meno peggio con quello stucchevole e ipocrita “senso di responsabilità” proprio di questi complici della pseudodemocrazia. Sono sempre più convinto che il danno fatto da questi fiancheggiatori del regime sia incalcolabile: la speranza del cambiamento non passa per lo Stato, non ci stancheremo mai di ripeterlo; cambiare attori politici è tutt’al più un antidoto alla noia. Detto questo, buon tifo a tutti, e che vinca, ancora una volta, chi meritiamo di sorbirci: il Rappresentante Politico.

(Recensione anarchica pubblicata nel numero 325 di Sicilia Libertaria).

Pubblicato in www.davidetomasello.it | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 12 commenti